L' inganno di "Nè a destra nè a sinistra"
“Né di destra, né di sinistra”
di Michele Smargiassi, da Repubblica, 28 gennaio 2012
La recente presa di posizione di Beppe Grillo contro la concessione della cittadinanza ai figli degli immigrati ha spiazzato molti militanti e simpatizzanti del comico/politico. Riteniamo che sia un episodio che deve far riflettere sui movimenti che si definiscono né di destra né di sinistra.
L' articolo di Smargiassi su Repubblica approfondisce in maniera esemplare l'argomento
“Né di destra, né di sinistra”
Dagli indignati ai grillini, da Celentano a Grillo, proclamare la fuga sprezzante o snob o furbesca dalla geografia dell'agorà è una strategia d'immagine che paga sempre. Ma è davvero possibili sottrarsi alle categorie che hanno scolpito la geografia politica della modernità?
“Sopra”, “oltre”, “avanti”, “altrove”: deve convocare un'intera famiglia di avverbi di luogo chi vuole evadere la topografia politica del Novecento, disposta su una linea che corre da destra a sinistra. Affermare “non sono né di destra né di sinistra” rientra, è vero, nel diritto d'opinione del singolo cittadino, ma che succede quando il verbo viene coniugato al plurale collettivo, “non siamo né di destra né di sinistra”, quando è un movimento politico che rifiuta di collocarsi sugli assi cartesiani della democrazia occidentale? Succede che qualcuno gli ritorce addosso la furbizia: «Ci sono due modi di non essere né di destra né di sinistra: un modo di destra e uno di sinistra…».
È il beffardo «paradosso spaziale da disegno di Escher» con cui Wu Ming 1, uno dei componenti “senza nome” del collettivo di scrittura che si affermò con l'allegoria storico-politica del romanzo Q, ha aperto le ostilità su Nuova rivista letteraria e poi su Giap, il blog che esprime il coté militante del sodalizio bolognese. Troppi, ormai, i movimenti sedicenti atopici nel mondo, dai nordici “partiti dei Pirati” agli Occupy Wall Street, per arrivare alle primavere arabe. Ma questo è «un velo che dobbiamo lacerare», sostiene Wu Ming 1, e affonda: se gli Indignados spagnoli incarnano palesemente un “né-né” di sinistra, “egualitario, anticapitalista”, i grillini italiani per esempio sono senza dubbio un movimento di destra: “diversivo, poujadista, sovente forcaiolo”. Un testo articolato che procede citando criticamente George Lakoff e la sua coppia antitetica progressista/conservatore e utilizzando Fredric Jameson che intimava, nel suo Inconscio politico, a “Storicizzare sempre”.
Nel dibattito, ovviamente, i né-né rivendicano il loro rifiuto della polarizzazione obbligatoria con parole che risuonano nei sondaggi (l'ultimo quello di giovedì scorso dell'Ipsos dove il 57% ha risposto che «conta la capacità dei leader, che siano di destra o di sinistra è secondario») e in qualsiasi pizzeria: «destra e sinistra hanno fallito entrambe, fanno ugualmente schifo». Nascosto nel muto magma dell'astensionismo elettorale, è questo il voltafaccia dell'elettore identitario tradito, è il disgusto del consumatore insoddisfatto, «di chi non è contento dell'offerta sul mercato delle idee, comprensibile, perfino condivisibile», riconosce il politologo Piero Ignazi, studioso di postfascismo e quindi esperto di partiti “migratori”, «ma non ce la raccontiamo: non c'è altro modo, per chiunque chieda consensi, che collocarsi da qualche parte nel campo politico».
E la polarità destra-sinistra è ancora quella che meglio visualizza la mappa di quel territorio. Norberto Bobbio, che difese la bipartizione in un libro più citato che letto, avrebbe ribadito a questo punto che «chi dice di non essere né da una parte né dall'altra, non vuole semplicemente far sapere da che parte sta», lo ripete per lui uno dei suoi più accreditati eredi, Michelangelo Bovero: «È una collocazione inevitabile, qualunque altra cosa si affermi, perché destra e sinistra non sono concetti identitari, ma relazionali. Ti chiedono di rispondere non alla domanda “chi sei?”, ma a “dove sei rispetto agli altri?”: se non lo dichiari tu, saranno le tue relazioni a collocarti». Ma è proprio per evitare questo che il movimento di Beppe Grillo si impone di “non stare con nessuno”… «Allora saranno i tuoi “no”, la tua retorica, il tuo linguaggio a definire il tuo luogo politico».
Eppure la tentazione agnostica ha una lunga storia nella nostra democrazia caotica. A parte la parabola postbellica dell'Uomo qualunque, che oggi non si fa fatica a riconoscere come un movimento reazionario, la vicenda italiana ha conosciuto diverse anguille politiche. Quando nel '76 la prima pattuglia di Radicali entrò in Parlamento, fu quasi zuffa per la scelta dei seggi: si piazzarono a un'estremità (quella sinistra, però…) per evidenziare la loro estraneità all'”arco costituzionale” e alla “partitocrazia” più che per autodefinizione logistica. La Lega Nord, com'è noto, ha rimpiazzato il destra-sinistra con altre polarità, geografiche o etniche, pseudonaturali, mitiche o folcloristiche. Ma anche Antonio Di Pietro, in più di una intervista, ha ceduto alla dolce tentazione del né-né. E tuttavia sono stati poi tutti quanti incastonati senza pietà a destra o a sinistra dalle rispettive alleanze politiche. Anche il pragmatismo localista delle liste civiche comunali, che visse un momento di fortuna alla fine degli anni Novanta, non riuscì a far credere a lungo al suo slogan: “i problemi non sono né di destra né di sinistra”, proprio perché, alla fine, governò le città alleandosi con la destra o, più raramente, con la sinistra.
Un luogo politico inesistente, il né-né? Per Gustavo Zagrebelski «esiste solo nel prepolitico, dove si incontrano i vasti princìpi condivisibili da tutti: ma appena si affronta il piano delle decisioni, la scelta è inevitabile». «Forse solo l'ecologismo radicale, che ha come orizzonte la specie, sfugge all'inevitabilità di scegliere fra l'interesse superiore dell'individuo o quello della comunità, fra destra e sinistra» aggiunge Carlo Galli, autore di Perché ancora destra e sinistra, «al di là dei contenuti che queste definizioni esprimono, e che variano nel tempo e nei contesti: non sono la stessa cosa nell'Italia odierna e negli Usa, o nell'Italia degli anni Cinquanta. Si può anche essere più cose contemporaneamente, come i grillini che sono di sinistra per l'attenzione ai diritti, e di destra per gli atteggiamenti populisti. Ma pretendere di stare da un'altra parte è insipienza politica, o più verosimilmente tattica».
Non c'è “terzismo” che tenga, sostengono dunque concordi i politologi: anche Sofia Ventura, considerata vicina al Terzo Polo politico, non deflette: «Se non ci fossero disposizioni nello spazio politico, non ci sarebbe neppure la politica. Le posizioni possono non essere stabili, di fatto non lo sono mai nel lungo periodo, ma chi si muove è tenuto a dire dove va». Negli anni del terrorismo, in effetti, chi diceva “né con lo Stato né con le Br” rivendicava una collocazione politica chiara, di sinistra critica ma non omicida. Mentre col suo preteso rifiuto bilaterale anticapitalista e anticollettivista Terza Posizione era fin troppo chiaramente un movimento di estrema destra.
Ma il marketing politico non ascolta certo le lezioni teoriche dei professori. Da Celentano a don Verzè, da Gaber a Grillo, proclamare la fuga sprezzante o snob o furbesca dalla geografia dell'agorà è una strategia d'immagine che paga sempre. Un grave difetto di lateralizzazione in un bambino di prima elementare impone una visita dal medico; in un adulto, può fondare una carriera.
(30 gennaio 2012
- Login per inviare commenti

la differenza fra destra e sinistra
Un lungo intervento su Micromega di Angelo d'Orsi * sul tema della distinzione fra destra e sinistra , l' autore non nega che alcune sovraposizioni esistano, ma poi va al cuore del problema , descrivendo realisticamente una destra ben salda nelle proprie convinzioni ed una sinistra balbettante che fa fatica a difendere le proprie , facciamo seguire qui un brano essenziale, ma consigliamo la lettura di tutto l'articolo , contenente anche un escursus storico di grande interesse
La Destra, oggi, che cosa vuole? Pagare meno il tempo di lavoro degli individui impiegati nelle aziende d’ogni ramo; aumentare la produttività; ridurre al minimo ogni tipo di “gravame” , ossia gli oneri relativi alla sicurezza sui luoghi di lavoro, contribuzione previdenziale, servizio sanitario; eliminare qualsiasi benefit tradizionalmente assicurato ai dipendenti, di basso rango (relativi ad abitazione, acquisti aziendali, assicurazioni, gite, familiari, nidi d’infanzia, vacanze…), per aumentare quelli – moltiplicandone la natura, giungendo fino alle escort concesse ai manager – per i dirigenti di alto e altissimo livello. Al contempo la Destra mira a eliminare ogni “laccio e lacciuolo”, ossia i controlli pubblici, le verifiche ambientali, di sicurezza delle merci prodotte e della vita e salute dei lavoratori, ad addossare alla collettività gli oneri ineliminabili, massimizzando e privatizzando, e sottraendo al controllo sociale i profitti. E nel lavoro subalterno prova a cancellare o ridurre al puro simulacro (come accade nella società politica, con la forma democratica, che rimane in piedi mentre si afferma una sostanza assolutamente estranea alle procedure e al senso stesso del “potere del popolo”), i diritti acquisiti dai lavoratori e lavoratrici.
Nella società la Destra cerca di impadronirsi, sottraendolo al Pubblico, settori chiave quali Sanità Istruzione Ricerca. E cerca di imporre modelli, specie nei due ambiti fondamentali (Sanità e Istruzione), che istituiscano nuove, truci gerarchie; tra chi può pagarsi una scuola d’élite, e chi deve andare in sottoscuole e sottouniversità; tra chi può sostenere il costo di un’assicurazione privata e chi dovrà aspettare anni per un intervento chirurgico, mesi per un esame diagnostico, e così via.
E la Sinistra? Non contrastando la filosofia di questo tipo di posizione, diviene inevitabilmente succube degli orientamenti politico-sociali della Destra, la quale oggi appare vincente sul piano ideologico. Non però sul piano sociale. Un piano in cui le politiche e la ideologie aggressive e selettive della Destra tendono a creare sbandamento, paura, oltre a fragilità economica dei soggetti a reddito fisso, medio-basso, e a marginalizzare sottoccupati precari lavoratori in nero e migranti. Per tenere a bada i loro timori (fondati) si criminalizza l’immigrazione e si insiste sul tema della sicurezza, non quella ambientale, stradale, aerea, alimentare o lavorativa, bensì quella generica della criminalità, rispetto a cui i dati ci confermano che non esiste alcun allarme sociale, che nondimeno viene indotto, da politici, ideologi e opinionisti della Destra. Qui siamo davanti anzi a un vero cavallo di battaglia. E di nuovo, la Sinistra appare afasica, balbettante, quando non del tutto o quasi del tutto, corriva a questo tipo di impostazione.
Lo Stato che la Destra sta mettendo sul banco degli imputati (eppure storicamente la Destra, non la Sinistra è “statalista”: si ricordi il motto che unisce Mussolini ad Alfredo Rocco: “Nulla fuori dello Stato, nulla contro lo Stato, tutto dentro lo Stato”), viene improvvisamente invocato per salvare comitati d’affari nascosti nelle pieghe del sistema bancario, che ha portato l’intero sistema al tracollo economico o per dedicarsi a tempo pieno alla caccia allo spacciatore, al tossico, al ladruncolo, all’immigrato in quanto potenzialmente criminale.
Ecco cosa sul piano politico identifica la Destra, ma che la Sinistra non riesce a contrastare, perché ne appare quasi sedotta e conquistata.
http://temi.repubblica.it/micromega-online/destra-o-sinistra-appunti-per...
*Angelo d'Orsi insegna Storia del pensiero politico all’Università di Torino. Si occupa da anni, oltre che di questioni di metodo storico e di storia della storiografia, di storia della cultura e degli intellettuali. Presiede la Fondazione Salvatorelli, dirige la rivista di storia critica "Historia Magistra" e ha fondato FestivalStoria Tra i suoi libri: La cultura a Torino tra le due guerre (Einaudi, Torino 2000); Intellettuali nel Novecento italiano (Einaudi, Torino 2001); La città, la storia, il secolo. Cento anni di storiografia a Torino (Il Mulino, Bologna 2001); Allievi e maestri (Celid, Torino 2002); Piccolo manuale di storiografia (Bruno Mondadori, Milano 2002); Guernica, 1937 (Donzelli, Roma 2007); 1989. Del come la storia è cambiata, ma in peggio (Ponte alle Grazie, Milano 2009); L'Italia delle idee (Bruno Mondadori, Milano 2011).