LA PRIMAVERA ITALIANA di Sauro Mattarelli
Appunti per la classe politica che verrà
Sbaglia chi crede che l’esito delle elezioni amministrative e, soprattutto, dei referendum sia dovuto all’emozione dopo il disastro giapponese o all’azione di qualche partito di fronte ad una politica governativa errata e non più rispondente ai bisogni dei cittadini. Certo, c’è stato anche questo; ma per comprendere il senso di una autentica, gioiosa, rivolta popolare occorre guardare altrove.
Andiamo, schematicamente, per punti.
Intanto non va trascurato il “fremito” che sta percorrendo molti paesi e molti popoli del mondo, soprattutto arabi, mediterranei, sotto la spinta di una pesante crisi economica. Di nuovo c’è che, oltre a rivendicare diritti e democrazia vera, soprattutto si denuncia un modo sbagliato di vivere e gestire le risorse del pianeta.
In Italia questa presa di coscienza collettiva avviene dopo che una intera classe politica, a cominciare dal Presidente del consiglio e dal governo, ha mostrato chiari segni di inadeguatezza, di incapacità e, in molti casi, di strafottente arroganza, fino all’esibizione di ciò che ogni comune buon senso vorrebbe almeno celato: l’immoralità, l’istituzionalizzazione di metodi malavitosi o comunque illegali, il saccheggio di ciò che è e deve essere pubblico, la ricchezza riservata a pochi, quasi in irrisione alla precarietà e alla miseria di tanti, di troppi, perché una repubblica possa essere ancora definita tale.
Il segnale di riscossa non è avvenuto, contrariamente a quanto qualcuno proclama, attraverso l’avvento di un “Salvatore”, di un nuovo leader capace di illuminare le coscienze; ma con una lenta, quanto inesorabile, presa di coscienza collettiva. Come se qualcuno, di porta in porta, di email in email, di sito in sito, avesse preso per mano le persone mostrando una realtà ben diversa da quella virtuale e televisiva su cui ci si stava assopendo. Tanti piccoli esempi in un tempo in cui le parole perdono troppo spesso di significato.
Il primo interprete di questo rinnovamento è stato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Di lui la gente ha apprezzato i gesti più delle parole. L’esempio. Ha capito la fatica di quel vecchio (uso il termine non in senso spregiativo ma per sottolineare la saggezza di fondo che può esservi associata) che ha percorso l’Italia in lungo e in largo per parlare di Patria, di Unità, di Repubblica in occasione dei 150 anni di storia del Paese. Discorsi semplici, comprensibili a tutti, perché, per l’appunto, corroborati, mazzinianamente, da un comportamento. E’ stato a questo punto che la gente ha cominciato davvero a rendersi conto: ha ascoltato la lezione di Benigni sull’Inno nazionale e compreso le parole di Mameli come mai prima. Ha accolto come vincitore di Sanremo un cantautore/scrittore che salutava gli ultimi giovani che rivendicavano “un libro, un libro vero”, spiegando loro che “questa maledetta notte dovrà pur finire”. Ha scoperto che la bellezza non sta solo in falsi, levigati, corpi scolpiti da creme, palestre e chissà così altro; ma, essenzialmente, dentro il cuore delle persone, di milioni di donne che hanno dichiarato, in piazza, di non essere in vendita; di milioni di uomini che hanno capito che l’amore e tante altre cose non si comprano.
Ecco, questi sono alcuni punti fermi di questo cambiamento. Le bandierine alzate, gli empiastri politici servono a poco. La novità che si sta profilando è che il nuovo non è stato “annunciato”, ma concepito nell’animo di milioni di persone. La nuova classe politica che verrà avrà un compito facile perché il disegno di base è già tracciato su questi punti ormai irrinunciabili. Non sarà dunque più possibile attivare nuove macchine del fango per spegnere qualche voce che esibisca imbarazzanti miserie dei potenti, perché ognuno di quei 27 milioni di persone che si sono recate a votare possiede una sua piccola “fiammella interiore”, che è poi l’elemento essenziale per trasformare una massa in un popolo e per muovere la storia e le epoche, al di là dei meschini calcoli. Questa gente accetterà i cambiamenti che si profilano, i sacrifici che anni di saccheggi impongono, ma solo da chi saprà per primo sacrificarsi, mostrare nei fatti che assumendo compiti di governo non si ereditano privilegi, ma solo oneri più gravosi di quelli che spettano ai comuni cittadini, ripagati con l’onore, col riconoscimento di agire correttamente per il bene pubblico.
Sauro Mattarelli
*Tratto da “Il Senso della Repubblica” del 16 giugno 2011
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S.Mattarelli per la classe politica che verrà parte II
Pubblichiamo al seconda parte della riflessione dell' amico Sauro Mattarelli sull' evoluzione della poltica italiana, sempre da il Senso della Repubblica
Sull’emergenza morale
Appunti per la classe politica che verrà. Parte seconda.
di Sauro Mattarelli
“[…] Sono l’insicurezza di sé e insieme la non istituzionalità diffusa, pervadente, del potere italiano, che producono come un frutto naturale la figura del mediatore, dell’intermediario, del faccendiere. Bisignani non è la patologia, è la normalità del potere italiano. È colui che sa davvero come stanno le cose, che di qualunque ambiente si tratti è a conoscenza della graduatoria aggiornata di chi conta e di chi non conta, colui che mette in contatto, che tesse gli accordi riservati, che tiene le fila, che dà le indicazioni giuste, che indirizza agli interlocutori appropriati, che segnala per ogni nomina le persone fidate. È una figura che in modi nuovi si collega a una lunga galleria di «tipi» della tradizione italiana: qualcosa a metà tra il cortigiano e l’eminenza grigia, una riedizione del «puparo» e insieme di Arlecchino servo di tutti i padroni. I tipi di un Paese che sembra condannato a incarnare in eterno un’apparenza, una «scena»: un Paese grande e maledetto dove la realtà vera non è mai quella che appare.”
Proponiamo le considerazioni con cui Galli Della Loggia chiude l’editoriale , apparso sul “Corriere della sera del 1 luglio 2011 per riprendere il ragionamento svolto nel “fondo” del mese scorso. In quella occasione avevamo evidenziato la “novità” italiana di milioni di persone che si sono decise a partecipare: votando, scendendo in piazza, discutendo. Il quadro sconsolato proposto da Galli Della Loggia sembra invece riportarci alla realtà tragicomica e irreversibile dell’ ”Italietta”. Che dire? Abbiamo ecceduto in ottimismo?
Nel nostro ragionamento abbiamo semplicemente sostenuto che la classe politica (di destra e/o di sinistra) che vorrà farsi interprete di un’Italia onesta, preparata, lavoratrice, politicamente lontana dalle beghe dei faccendieri per la prima volta ha la possibilità di ottenere un risultato politico importante fino al punto da condizionare un’alleanza di governo. Vediamo di comprendere perché. Nell’articolo di giugno avevamo evidenziato che, di fronte al cambiamento in atto, le bandierine alzate, gli empiastri politici, servivano a poco per il semplice motivo che le donne e gli uomini che si sono proposti come motore della svolta mal sopportano le litanie che odorano di falsità e sono perfettamente in grado di smascherare le bugie. Questo perché coloro che hanno votato i referendum, in buona parte, si avvalgono di mezzi di informazione con cui possono interagire. Si tratta, dunque, di persone che, entro certi limiti, sono vaccinate contro gli imbrogli mediatici ma, soprattutto, sembrano disposte a “spargere la voce”, formando una schiera di centinaia di migliaia di opinionisti incontrollabili da partiti e, ora, per la prima volta, anche dalle TV.
Naturalmente la classe politica può continuare come se nulla fosse. Le cronache recenti, le notizie sui processi per prostituzione ad Arcore, gli arresti per gli appalti ENAC, le vicende della P4, fino alla nuova “calciopoli” sembrano in effetti dar ragione alle amare considerazioni di Ernesto Galli Della Loggia e rischiano di costituire una pericolosa “continuità” col passato. I partiti più “illuminati” avrebbero però il preciso dovere di rompere questa routine e non mancano alcuni segnali interessanti al riguardo. Il popolo di internet, dal canto suo, avrebbe il preciso dovere di non “disperdersi” in un’ “anarchismo” improduttivo e di dimostrarsi maturo per svolte importanti.
***
La prima emergenza del paese è, dunque, quella morale. Non è una novità: in passato alcune forze politiche hanno tentato di qualificarsi come “partito degli onesti”, con risultati opinabili. Ma ora la situazione è cruciale e, come abbiamo visto, diversa. Ci stiamo declassando al rango delle repubbliche delle banane e subiamo un discredito internazionale difficilmente recuperabile. Questo aspetto pone una sfida ineludibile. La mancanza del requisito fondamentale nei rapporti fra cittadini fa infatti vincere l’Italia dei privilegi, dei furbi, dei ladri, dei truffatori, della malavita. Continuando per questa china non servirà varare nuove leggi, invocare sicurezza, né chiedere sbarramenti agli ingressi: il nostro Paese diverrà la meta privilegiata di tutti i delinquenti del pianeta.
Risolta la prima emergenza dovrebbe invece essere invece più semplice chiedere i sacrifici necessari per risanare l’economia, rilanciare lo sviluppo, far funzionare la scuola.
Ma la domanda resta semplice e disarmante nella sua ingenuità: riuscirà davvero la classe politica a ripulirsi? Come? Immaginiamo i maliziosi sorrisi di compatimento di chi la “sa lunga” sull’argomento; ma il fatto nuovo è che in questo paese sono in tanti a “saperla lunga”. Non sono degli ingenui, come credono erroneamente il Presidente del consiglio e una larga fetta della classe politica “ancien régime” , i cittadini che hanno votato Pisapia, De Magistris, o hanno bloccato il “legittimo impedimento”. Sono semplicemente persone che hanno compreso che in un mondo di “tutti furbi” a emergere non solo non saranno i più preparati, ma neppure i più furbi; bensì, forse, i più violenti, o i “meglio protetti”. Nessuno in questo scenario sarà o potrà sentirsi davvero libero o “al sicuro”. Questo la gente lo sta comprendendo e perciò pretende una classe politica rinnovata, con più limpidi valori su cui costruire i nuovi rapporti istituzionali, il nuovo “contratto sociale”. Complice la crisi, il vecchiume aristocratico, clientelare, cortigiano sta esaurendo le proprie “rendite” e non è in grado neppure di soddisfare il numeroso, sconcertato, esercito dei vassalli valvassini,valvassori. La sua fine è segnata. Occorre solo verificare se il Paese verrà trascinato a fondo con esso o se saprà aggrapparsi alle forze sane o risanate che ancora resistono.
Sauro Mattarelli
*Tratto da “Il Senso della Repubblica” del 5 luglio 2011
EDERA ROSSA la politica come sventolar di Bandiere
Al di là del problema specifico sull'abolizione dell'ente provincia vorrei fare alcune considerazion, pur disorganiche, non sul merito del problema; ma, immaginando che si sia d'accordo sull'abolirle, cercar di capire i comportamenti che si sono manifestati con l'occasione:
Non credo che nessuna persona seria possa immaginare che sia possibile ottenere una modifica costituzionale di questa portata con la sola forza della opposizione. Occorerebbero due passaggi alla Camera ed al Senato e se alla Camera può anche accadere che la maggioranza vada sotto , questo è pressochè impossibile immaginarlo per il Senato iin un problema di tale portata.
Ho seri dubbi, comunque. che sia positivo modificare la costituzione con un voto sul filo del rasoio ed ad opera di una minoranza parlamentare.
Se è sembrato che il voto del Pd avrebbe potuto dare la maggioranza ai proponenti la modifica è stato solo perchè il Pdl, a conoscenza che il Pd si sarebbe astenuto, non ha fatto l'appello ed il controappello .
Il mettere sotto il governo nelle singole votazione ha senso se si tratta di dimostrare che il governo non riesce a far passare le sue proposte di legge alla Camera dove è più debole e quindi serve a dimostrare che questo governo è ormai incapace di governare; altra cosa è pensar di riuscire a dimostrare che la minoranza è in grado di fare le leggi che vuole facendole votare da entrambi i lati del Parlamento.
Chi ha avanzato la proposta di abolizione delle Province sapeva perfettamente di fare una battaglia di bandiera che sarebbe servita a distinguerlo dalla maggioranza e possibilmente anche da altre forze di opposizione.
Non credo sia serio pensare di fare proposte di modifica costituzionale non solo non concordate con almeno una parte della maggioranza. ,ma non concordate nemmeno con il maggior partito di opposizione . e magari poi lamentarsi perchè il Pd non ha seguito il pifferaio magico nel suo cammino verso l'insuccesso.
Altra cosa se una manovra, concordata fra le forze di opposizione, punta non ad evidenziare quanto è bravo questo o quel partito di opposizione, ma ad evidenziare presso i cittadini come la maggioranza non sia disponibile a fare certe modifiche anche in presenza di una opposizione compatta su temi che la maggioranza stessa aveva propagandato.
Stiamo attraversando un momento estremamente difficile e non credo si possa dormire tranquilli sui possibili colpi di coda del berlusconismo, immaginare di giocare a dimostrare come si è bravi e come siano tiepide le altre forze di opposizione serve solo a rafforzare nei berlusconiani l'idea che con questa opposizione qualsiasi disegno sia possibile-
Forse non è casuale che Di Pietro si sia ritrovato assieme a Casini in questo periodo egli sta annusando l'aria in attesa delle prossime elezioni nelle quali potrebbe trovarsi vicino al Pd, ma anche all'Udc, ma eventualmente anche a Sel.
Quello che mi sembra, da non iscritto al Pd, la cosa peggiore di tutto ciò che è accaduto in margine alle votazioni sull'abolizione delle Province , è stato come nel Pd si sia colta l'occasione per dare addosso alla segreteria , come se l'importante fosse seguire Di Pietro, non su un progetto vincente ma nel rotear di bandiere al vento. Ancora più avvilente, e lo dice uno che non è iscritto al Pd, che a voler diventare ancilla del movimentismo alla Di Pietro sia uno come Veltroni che nel nome dell'autosufficenza del Pd ha portato il centrosinistra alla rovina.
Il guaio è che ,nel caos generale ,anche una persona seria come Chiamparino possa pensare che il Pd dovesse votare con Di Pietro , ricordando l'impegno profuso dall'Anci in materia di abolizione delle province; come se la proposta Di Pietro potesse essere vincente e come se fosse frutto di quello spirito di concerrtazione che vi era stata nel lavoro dell'Anci.
Se anche le persone serie cominciano a credere alla politica come ad un gran giocar di parole, ad un lanciare messaggi senza preoccuparsi della credibilità degli stessi, credo che sia da preoccuparsi ancor più seriamente di quanto le incapacità e la straccioneria di questo governo pur obblighino a fare.
Giovanni Sartori il gioco stanco delle retromarce
Dopo lo squillante articolo . pieno di speranze - di Sauro Mattarelli Sartori ci descrive lo squallore della attuale messa in scena
LA POLITICA DEGLI ANNUNCI
Il gioco stanco delle retromarce
Ormai è sempre più evidente che siamo nelle mani di leader penosi, di leader da strapazzo. A Pontida Bossi si è trovato al cospetto di un popolo, il suo popolo, che gridava «secessione, secessione ». Credevo, o meglio mi illudevo, che oramai la Lega si fosse attestata sul federalismo. Ma la autentica razza padana di Pontida resta indomita, vuole di più. Addirittura secessione, uscita. E sì che il nostro capo dello Stato si è impegnato come più non si poteva nel celebrare la festa della Repubblica e l’unità «indivisibile» del Paese. E Bossi? Bossi ha glissato. Aveva invece le sue richieste che ha presentato come ultimatum.
Prima richiesta: ritiro pressoché immediato dalla malriuscita emalconcepita guerra libica, oltretutto e se non altro perché ci costa un miliardo di euro (cifra che per altri sarebbe di 3-400 milioni). Ora, che l’impresa libica fosse balorda e malconcepita si è visto subito. Che Berlusconi ci sia stato tirato dentro controvoglia è un punto a suo merito. Ma oramai siamo coinvolti. E se Gheddafi restasse in sella, noi il petrolio della Libia ce lo possiamo scordare. Un grossissimo guaio perché i nostri governi non hanno mai avuto una politica energetica, e quindi rischiamo di ritrovarci senza petrolio e anche senza rigassificatori sufficienti per il metano. Bossi e Maroni lo capiscono? Si direbbe di no.
Maroni cerca anche di venderci la favola (se fosse intelligente saprebbe che è una favola) che Gheddafi ci manda profughi per vendetta, e che se «facciamo pace» non lo farebbe più. Al contrario, se Gheddafi vincesse continuerà a vendicarsi con sempre più soddisfazione mandandoci profughi a valanga spediti proprio da lui.
La seconda perentoria richiesta di Bossi è di trasferire alcuni ministeri al Nord. Le voci di corridoio sussurrano che dapprima Berlusconi abbia consentito, ma che poi se l’è fatta addosso (è una parafrasi del più colorito vocabolario bossiano) e ha fatto retromarcia annunziando soltanto traslochi di «sedi di rappresentanza operative ». Di conserva anche Bossi ha fatto retromarcia realizzando che la sua richiesta avrebbe suscitato un vespaio e comunque che era assurda. Sarebbe un costo (anche di disorganizzazione e di confusione) che non possiamo assolutamente sopportare.
Dopo tante marce avanti e indietro, cosa resta? Resta che tanto Berlusconi che Bossi chiedono perentoriamente a Tremonti di ridurre la pressione fiscale, di ridurre le tasse. È la medicina demagogica e irresponsabile di tutti i tempi. Ed è, in questo momento, una richiesta che disonora tutta la classe dirigente che la asseconda. Come siamo arrivati a un colossale debito pubblico del 120 per cento del nostro Pil, del nostro Prodotto interno lordo? Ci siamo arrivati, molto semplicemente, spendendo più di quanto lo Stato incassa. E questo debito pubblico comporta che lo Stato deve oggi pagare circa 80 miliardi di interessi annui ai sottoscrittori dei buoni del tesoro. L’Italia ha assunto l’impegno con l’Europa di ridurre il deficit con una manovra di 40 miliardi. Se non lo facciamo, i conti pubblici peggioreranno, e noi rischiamo la fine della Grecia.
Il dramma è che oramai a Berlusconi basta sopravvivere, e che a Bossi basta fare il padroncino al Nord
Giovanni Sartori
http://www.corriere.it/editoriali/11_giugno_23/sartori-gioco-stanco-delle-retromarce-editoriale_ca498b9e-9d56-11e0-b1a1-4623f252d3e7.shtml