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Sauro Mattarelli :L'eredità di berlusconi

L' amico Sauro Mattarelli ha pubblicato su SR (il Senso della Repubblica) di novembre un bell'editoriale che partendo dalle discussioni sull' attuale fase politica indaga sul ruolo delle scuole di pensiero della sinistra democratica per la rinascita dell' Italia

 

 

«Il punto dunque è sempre e solo uno: e cioè che il Pdl (così come prima Forza Italia), di plastica o no, comunque non è un partito vero. Nel caso migliore è una coorte di seguaci ciechi e muti scelti inappellabilmente dal capo; nel caso peggiore una corte d’intrattenitori, nani, affaristi, ballerine, di addetti alle più varie intendenze.» Così Ernesto Galli Della Loggia sul "Corriere della Sera" del 18 ottobre scorso come preambolo alla sua analisi sul "mancato sdoganamento della destra" da parte di Berlusconi. Un’operazione, secondo Galli della Loggia, non voluta dal capo assoluto del PDL per tre ragioni: «per la paura che ciò avrebbe comunque diminuito il suo potere; per un riflesso padronale creatosi in decenni di comando aziendale, in base al quale «se io ci metto i soldi (e per giunta prendo i voti), io comando»; e infine per il difetto, che in lui è abissale, di vera cultura politica.»

Alla luce del dibattito in corso, alcune considerazioni si impongono, a integrazione di quanto già espresso nei numeri precedenti su questi argomenti.

La prima, "malevola" verso il Premier, riguarda il fatto che, secondo una parte degli osservatori, Berlusconi è sceso in politica negli anni Novanta, sotto la spinta di tangentopoli e con l’unico scopo di non naufragare, dato che il suo impero era basato sulla corruzione. Secondo questa interpretazione, il "libero" mercato a cui si faceva riferimento era in realtà una rete di affari basata su un certo modo di gestire i rapporti col potere (si vedano, a puro titolo di esempio, l’iter per la concessione dei diritti televisivi e il caso del lodo Mondadori). Se queste sono le premesse, le considerazioni sulla "gestione aziendalistica" del partito e sul "riflesso padronale" sono una conseguenza e non una causa.

Sul lato opposto, Berlusconi viene visto come un manager che, generosamente e disinteressatamente, si presta alla politica apportandovi un’autentica ventata di "novità".

Esiste una terza interpretazione, non completamente ostile all’"uomo di Arcore", ma stranamente non "vista" neppure dai filo berlusconiani di ferro. Riguarda la possibilità che Berlusconi abbia colto prima di tutti gli altri il senso della dinamica economica mondiale. La globalizzazione, ha trasformato l’intero pianeta in un enorme mercato e pochi (ma lui sì) si sono accorti che i vincoli statali costituivano un freno allo sviluppo che non avveniva più "per nazioni", ma per "aree" e per "gruppi". Da qui la necessità di "destrutturare", liberare dai vincoli superando anche le stesse frontiere del liberismo più ardito. Un nuovo capitalismo è alle porte, più selvaggio di quello della prima rivoluzione industriale. I nuovi veri capitani d’industria non possono non coincidere con l’espressione politica perché politica ed economia, mai come in questo frangente, devono costituire un tutt’uno.

Questa ultima, poco praticata, interpretazione va confrontata con la critica più importante mossa da Ernesto Galli Della Loggia: quella della mancanza nel PDL di una "vera cultura politica". Perché per muoversi in un simile scenario, come ha fatto in questi anni Berlusconi, serve la cultura dell’incultura politica. Questo è il vero prerequisito. Le teorie moraleggianti, i laccioli democratici, il dialogo tra le forze sociali sono un disvalore, costituiscono una perdita di tempo in un mondo che è fatto di sola rincorsa. Per un’economia fondata sul debito, alimentato con altri debiti in nome della conquista più sfrenata, la scorciatoia, anche illegale e malavitosa, rappresenta la sola via salvifica percorribile. La continua tensione, il rilancio, l’uso iperbolico e spregiudicato dei media, con lo scopo di non far riflettere, costituiscono dunque i connotati necessari per questo modello. Non ci sono eredi? Nessun problema per una società "liquida" basata sull’insicurezza e sulla sopravvivenza darwiniana da ricostruire giorno dopo giorno, ora per ora, e non certo da una generazione all’altra. Siamo nell’epoca in cui in alcune ore si bruciano migliaia di ettari di foreste, oppure miliardi di dollari in azioni. In pochi giorni centinaia di chilometri di coste vengono sacrificate al cemento, decine di specie viventi scompaiono definitivamente dalla terra. Idee (comprese le religioni) che sembravano consolidate da millenni vengono repentinamente stravolte a colpi di spot; costrette a declinare tutto e il contrario di tutto, senza che nessuno ci faccia caso. Berlusconi è stato il profeta e il precursore di questo messaggio epocale. Ha trovato emuli, forse inconsci, anche fra gli oppositori. La sua vera logica non può che essere il vuoto. Un vuoto da riempire senza regole, con l’abilità, la furbizia e, se necessario, anche con la violenza e l’illegalità. Da questo punto di vista egli ha incarnato in forma neopopulistica la sua epoca e, nel contempo, l’ha costruita. Può piacere o dispiacere, ma la politica italiana degli ultimi vent’anni ha ruotato attorno a questa figura, come in una macabra danza attorno a un feticcio. Destra e sinistra. Seppur con ruoli e interpretazioni diverse, tutti, con rare eccezioni, hanno subito la filosofia scaturita dalla corte del "fabbricatore del nulla", attratti irresistibilmente come da un buco nero da cui evaporano, disordinatamente, frammenti di integralismi religiosi, schegge di istituzioni, spinte autonomiste esasperate e confuse, mafie, tifi calcistici e, soprattutto, un generale senso di smarrimento e di solitudine.

La Repubblica, in un simile cinico scenario, sfuma; come avvolta da una nebbia impenetrabile. Con essa scompare il senso dei rapporti sociali, della solidarietà, dei doveri a favore di una inestricabile ragnatela di bassi interessi.

Da questa constatazione dovranno ripartire coloro che vorranno uscire dal tempo degli egoismi e del cinismo elevati a sistema; dall’epoca massificante dell’indifferenziato. Si tratta, dunque, di qualcosa di più della semplice uscita da Berlusconi: i riformatori sociali devono sapere che le nuove sfide implicano lo studio severo, nuove analisi e la creazione di condizioni per una trasformazione profonda ove lo sviluppo e la crescita si dispieghino con mezzi che non presuppongono il sacrificio o l’abbruttimento dei valori e delle più alte aspirazioni umane. Coloro che decideranno di scegliere questa via, hanno il non semplice compito di allontanare senza tentennamenti, ovunque si annidi, chiunque si riconduca a queste logiche, che non hanno nulla a che fare né col liberismo, né con la democrazia, né col socialismo, né col repubblicanesimo

Gian Enrico Rusconi "il camaleonte tenta di ricompattare la base

La nostra amica Paola ci segnala un altro bell' Editoriale dalla Stampa , di un publicista storico tra l' altro del risorgimento ( in chiave molto filo cavurriana) e delle forze laiche.

L' analisi che fa delle possibilità di ricompattare la propria base , riecheggia alcuni conetti espressi dall' amico Mattarelli, e ci sembra particolarmente efficacie quella sul mondo cattolico che abbiamo evidenziato

Gian Enrico Rusconi

Il Cavaliere e la strategia del camaleonte

Dopo il Caimano avremo il Camaleonte. L’animale che cambia il colore della pelle per muoversi con sicurezza in un ambiente diventato ostile ed attaccare il nemico. Se l’obiettivo di Berlusconi è rimanere al potere, deve solo trovare il modo di ricompattare con operazioni cosmetiche (di cui è maestro) le forze necessarie. E nel parterre politico italiano ce ne sono a sufficienza.

C’è una singolare contraddizione nelle analisi che da mesi enfaticamente annunciano la fine di Berlusconi. C’è incongruenza nelle conclusioni. Se il berlusconismo non è semplicemente espressione di una persona ma sintomo di una profonda mutazione della società, del costume e della mentalità diffusa presso ampi strati sociali, perché dovrebbe sparire d’incanto? Bastano davvero le senili sciocchezze personali del Cavaliere? Se dietro ad esse funziona sempre «il far finta di fare» (Fini) che consente il «fare i propri affari», che sta a cuore ai sostenitori di Berlusconi, perché dovrebbero abbandonarlo?

Basta che milioni di telespettatori assistano maliziosamente divertiti alla messa in berlina o al match di alcuni potenti, per segnalare un potenziale risveglio alternativo?

Ma questa è semplicemente l’ultima versione mediatica di un antico (mal)costume italico. Ridere dei potenti e stare a guardare come va a finire, senza esporsi.

Dov’è il soprassalto morale dell’«altra» società, dov’è la fantomatica «società civile» con le sue energie sane e alternative? Che fanno i cattolici che sono la parte più consistente e qualificata della «società civile»? Ma di quali cattolici parliamo? Di quelli che condividono i giudizi severi di «Famiglia cristiana»? Una severità per altro che va in tutte le direzioni (anche contro il «vanitoso» don Gallo). O parliamo dei cattolici che sostengono le tesi di mons. Rino Fisichella, disposto a tutto comprendere e perdonare pur di avere nel berlusconismo una sponda antilaica e antisinistra? O semplicemente quei credenti (forse la maggioranza) che a Messa o fuori sono infastiditi da qualunque allusione considerata «politica»? Nella gerarchia poi sembra prevalere una mentalità iper-istituzionale: pur nei suoi espliciti rimproveri morali deve stare attenta a non mettere a repentaglio le risorse finanziarie e il sostegno in campo giuridico che le offre il governo più «compiacente» (parole di Berlusconi) mai avuto dopo il Concordato. Molti alti prelati non sopportano l’idea di dover fare di nuovo i conti con i «cattolici adulti». Sin tanto che il mondo cattolico è diviso e politicamente opportunista, Berlusconi può stare tranquillo.

Il Cavaliere è riuscito a creare o a saldare attorno a sé una nuova classe politica, reinventandola o riciclandola dai vecchi partiti, al punto che non si vede all’orizzonte una nuova classe politica alternativa. Questa infatti rischia di essere «ciò che resta» delle vecchie forze politiche nebulosamente orientate verso il centro. Per non parlare di ciò che resta della sinistra masochisticamente ripiegata su se stessa.

Rimane la Lega, ora diventata baluardo del berlusconismo. Strano destino, basato su un patto di reciproco interesse. A Berlusconi interessa la sopravvivenza politica, a Bossi sta a cuore il federalismo. Ma che cosa significhi concretamente questo progetto, non è chiaro. Lo ripetono anche quei pochi analisti che cercano seriamente di andare a fondo del progetto bossiano. In realtà i leghisti lo sanno benissimo: federalismo significa che «ci teniamoci i nostri soldi», «paghiamo meno tasse», «non dipendiamo più dalla burocrazia romana». Più chiaro di così...

Il problema adesso è che cosa è disposto a concedere su questi punti il governo, e soprattutto Tremonti. Bossi fa il gioco di sempre: sta con Berlusconi, ma insieme pensa al dopo; lo sostiene ma dice apertamente (a suo modo lealmente) che non condivide le sue opinioni. Vuole le elezioni perché è l’unico modo di tenere sulla corda gli elettori che vogliono il federalismo che non arriverà certamente da un governo che ha di mira la sola sopravvivenza.

Ma forse sottovalutano il camaleonte Berlusconi che diventerà più verde per mimetizzarsi con i leghisti, sarà azzurro per tenere attorno a sé il malconcio «popolo delle libertà» e sarà sempre bianco per rabbonire i cattolici di chiesa. Chi si aspettava la sua fine imminente, deve riaggiustare le previsioni.

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