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I GIOVANI INDIGNATOS NEL MONDO CONTRO LA DIVARICAZIONE SOCIALE, QUALCHE CONSIDERAZIONE PER I LIBERISTI DI CASA NOSTRA

I giovani sono in piazza in tutto il mondo, : per ora possiamo parlare di ciò che accade nei paesi OCSE , perchè come dice Paolo Flores d'Arcais in un articolo di inizio agosto non si possono accomunare i giovani che scendono in piazza contro dittatori come Mubarak o Ben Alì e quelli che manifestano in Europa per un futuro migliore in una cornice democratica , Flores D'Arcais parlava tra l' altro del caso più controverso , quello della rivolta inglese, dove la componente puramente delinquenziale era innegabile , e così continuava

 

Ci sono certamente anche i delinquenti, come sempre accade nei momenti torbidi. Ma c’è innanzitutto la rabbia e l’esasperazione di chi (masse, ormai. E soprattutto crescenti. E in primo luogo giovanili) è stato escluso dalla cittadinanza democratica, e infine dalla stessa speranza di accedervi. Perché la democrazia implica diffusa mediocrità di ricchezze, come già insegnava Rousseau, e non può reggere a lungo la dismisura tra l’opulenza sempre più sfacciata (e spesso proterva di illegalità) degli “happy few” e l’orizzonte di neo-povertà che inghiotte ex ceti medi e avvelena la condizione giovanile.

 

http://www.garibaldini.org/2011/08/ribellione-in-europa/

 

 

Ecco questo è il punto, d'altra parte l' archetipo di questa rivolta giovanile , gli indignatos Spagnoli nel loro manifesto erano abbastanza chiari , riportiamo qui due significativi punti del loro manifesto di questa primavera

 

1)Le priorità di qualsiasi società avanzata devono essere l'uguaglianza, il progresso, la solidarietà, la libertà di accesso alla cultura, la sostenibilità ecologica e lo sviluppo, il benessere e la felicità delle persone.

 

5) L'ansia e l'accumulazione di potere in poche mani crea disuguaglianza, tensione e ingiustizia, il che porta alla violenza, che noi respingiamo. L'obsoleto e innaturale modello economico vigente blocca la macchina sociale in una spirale che si consuma in se stessa arricchendo i pochi e precipitando nella povertà e nella scarsità il resto. Fino al crollo.

 

http://www.nuovasocieta.it/esteri/26902-indignatos-il-manifesto-della-rivolta-in-spagna.html

 

D' altra parte è una protesta che si è estesa in molte parti del cd Occidente , in Cile che è pure uno degli stati latina americani con l' economia più stabile, dove sono scesi in piazza gli studenti

 

Da più di cinque mesi il Cile, per la prima volta dal ritorno della democrazia, è attraversato e sconquassato da un movimento che chiede di cambiare, di voltare pagina, di costruire un sistema scolastico e universitario accessibile a tutte le fasce della popolazione, non solo ai più fortunati, unici beneficiari dell’eredità lasciata – ancora intatta – dal regime fascista di Augusto Pinochet (1973-1990).

 

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/30/cile-gli-studenti-che-vogliono-cambiare-il-mondo/161208/

 

La protesta ha raggiunto da tempo anche Israele , anche se da noi l' attenzione si è concentrata sulle possibili conseguenze sulla politica estera il tema era sempre quello la disparità sociale

 

capiscono perfettamente le necessità della difesa dello Stato ebraico dagli attacchi dei nemici” ma che “pretendono da questo Governo alcuni interventi urgenti volti a limare le differenze sociali  e a favorire i giovani israeliani”. Uno dei leader della protesta, Itzik Shmuli, si è rivolto direttamente al premier, Benjamin Netanyahu, con un discorso molto toccante nel quale ha ribadito “l’enorme amore dei giovani manifestanti per Israele” ma ha anche chiesto “misure urgenti a tutela delle giovani generazioni e di una maggiore equità sociale”.

 

 

http://www.freeitalianpress.org/2011/09/04/grande-protesta-democratica-in-israele-e-adesso-non-strumentalizzatela/

 

Il governo Netanyahu ha tentato già negli ultimi giorni di luglio di dare una risposta alle richieste dei manifestanti.... Questo però non è bastato ai giovani israeliani che chiedono politiche sociali più ampie e non un’ulteriore apertura liberale. L’economia israeliana non è stata troppo colpita dalla crisi globale: la disoccupazione è attorno al 6 per cento, e il tasso di crescita è tra i più alti dell’Occidente. Questi fattori non bastano però a garantire alla classe media, in un paese dove il divario tra ricchi e poveri è molto accentuato, un adeguato accesso ai servizi basilari: casa, sanità ed educazione.

 

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/04/israele-in-500mila-giovani-in-piazzaper-una-maggiore-giustizia-sociale/155286/

 

e da ultimo ci sono giovani anche a Wall Street che come dice il loro confuso sito ufficiale si ritengono rappresentanti del 99% della popolazione sfruttata dall' 1%

 

Occupy Wall Street is leaderless resistance movement with people of many colors, genders and political persuasions. The one thing we all have in common is that we are the 99% that will no longer tolerate the greed and corruption of the 1%. We are using the revolutionary Arab Spring tactic to achieve our ends and encourage the use of nonviolence to maximize the safety of all participants.

 

http://occupywallst.org/

 

Il movimento non è certo oceanico e - come dice Luca Sofri sul suo blog - disorganizzato e confuso , però si sta espandendo e citando sempre lo stesso Sofri sembra avere una prospettiva di lungo periodo

http://america24.com/news/si-diffondono-le-proteste-di-occupy-wall-street

 

http://www.ilpost.it/2011/09/30/ripartire-da-wall-street/

 

Da ciò potremmo trarre qualche spunto anche per le discussioni di casa nostra : per anni gli economisti “liberali “ italiani (anche molti sedicenti di centro sinistra) hanno parlato e parlano dei problemi del futuro dei giovani indicando con una costanza degna di miglior causa la contraddizione fra i loro interessi e ceti un tempo considerati meritevoli di tutela come i lavoratori cd garantiti e i pensionati , ripetendo fino alla nausea come per non tradire il futuro dei giovani sia necessario smantellare le aborrite leggi a tutela del nostro welfare. E' chiaro come quei giovani vedano il presente e futuro compromessi non certo per lo statuto dei lavoratori o le pensioni di anzianità, immagino sconosciute nella totalità o quasi dei paesi dove manifestano . Tutti sottolineano un punto la divaricazione delle differenze sociali , società che diventano sempre più il paradiso degli Happy fews ( o beati possidentes che dir si voglia) . L' Italia è una dei paesi dove è minore è la mobilità sociale , sicuramente sono necessari aggiustamenti al nostro sistema di welfare , ma per piacere non invertiamo le priorità

 

 

Un anno fa a Madrid l'esordio degli indignatos

 

Un anno fa in Spagna si era alla vigilia della nascita di un nuovo movimento che sarebbe poi arrivato fino al cuore di New York con Occupy Wall Street. Le foto di quei giorni e gli appuntamenti per una nuova giornata mondiale delle mobilitazione

 

Le manifestazioni, di qualsiasi colore e movimento esse fossero, da tempo ormai non riuscivano più a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica. Il tradizionale corteo con comizio finale sfilava via senza che ne rimanesse traccia nei giorni successivi.

E’ accaduto anche in Spagna a circa 50mila ragazzi che un anno fa si ritrovarono a Madrid per manifestare il proprio disagio verso una classe politica incapace di gestire gli effetti della crisi economica che iniziavano a farsi sentire sulle fasce più deboli.

 

Ma due giorni dopo accadde qualcosa di nuovo, di inaspettato per le autorità e l’opinione pubblica, i manifestanti decisero, sull’esempio di quanto accaduto in Piazza Tahrir, al Cairo in Egitto, di non sciogliere il corteo ma di rimanere in piazza. Scelsero Puerta del Sol a Madrid e vi sistemarono un immenso accampamento.

Era il 15 maggio dello scorso anno e prendeva vita il Movimento 15M con tutte le sue declinazioni e coordinamenti interni, da democracia Real YA! a Indignados, termine che le racchiude tutte. E’ bastato aggiungere un cancelletto e Indignados è diventato l’hashtag #indignados con cui le informazioni riguardo il movimento correvano e corrono su Twitter, con gli inviti ad unirsi all’accampamento #acampadasol e a prendere possesso degli spazi pubblici #TomaLaCalle fino all’omnicomprensivo #SpanishRevolution.

http://www.iljournal.it/2012/un-anno-da-indignados/343058

 

 

 

La protesta in Cile contro la disuguagliana e leggi repressive

Cile: la rivolta che verrà
DI FRANCESCA ROJAS
Dalla prima marcia organizzata nel maggio 2011, il Moviemento studentesca e sociale in Cile ha fatto passi da gigante non solo a livello mediatico.

Gli attuali successori dei carismatici rappresentanti universitari ora mettono sul tavolo dei lavori la questione degli incresciosi interessi sul credito per gli studi superiori con il finanziamento dello Stato, ma annunciano anche l'intenzione di rafforzare i legami con altri settori sociali del Paese. Non a caso Camila Vallejo (ex rappresentante della Federazione di Studenti dell'Università del Cile) è presente in Italia insieme a un dirigente della CUT (sindacato dei lavoratori).

Se è vero che la rivolta è partita come una reazione a una non più tollerabile politica del lucro in ambito didattico, la sua evoluzione ha poi puntato verso una ricerca comune a molti strati e ceti sociali. In gioco è anche la revisione dei parametri strutturali con cui il Governo ha continuato a intervenire economicamente e politicamente sulle vite dei cittadini -- pur se i Ministri continuano a svicolare e a indirizzare le risposte sulla strada dei maggio introiti per le banche, la salvaguardia degli interessi di imprenditori culturali e dei servizi basilari privatizzati fin dall'era Pinochet. I 30 anni di governo di sinistra, culminato, per ora, con il quello di Michelle Bachelet , si è trascinato dietro non solo il testo costituzionale ma anche un'organizzazione iniqua nel sociale e nelle politiche delle prestazioni sanitarie e didattiche.

Oltre a non dare ascolto alle petizioni ben articolate e sostenute da conti alla mano, il governo quest'anno ha rincarato la dose in materia di restrizione alla libertà di espressione dimostrando il lascito della violenza armata di Stato. La legge Hinzpeter, dal cognome del Ministero dell'Interno, approvata lo scorso dicembre, prevede l'inasprimento delle pene nei confronti di chi si trovi coinvolto nella promozione, organizzazione o partecipazione in eventi o atti di forza e violenza, disordini pubblici o occupazioni di scuole o luoghi istituzionali. Così come prevede la consegna “volontaria” alle forze dell'ordine di materiale fotografico o video dietro richiesta dell'autorità giudiziaria. Fatto che infrange le minime garanzie per i giornalisti nazionali e indipendenti che si trovano a dover denunciare vessazioni e danni da parte delle forze dell'ordine.

La legge recepisce la policy restrittiva per manifestazioni ed eventi pubblici di aggregazione e manifestazione del dissenso, in particolare alla luce delle recenti violenze esercitate nei confronti di ragazzi e ragazze occupanti, che hanno denunciato un trattamento cruento dentro o fuori gli edifici scolastici. Gas lacrimogeni di sospetta composizione chimica che producono forti reazioni fisiche, detenzioni prolungate in pieno sole e in strada, non solo durante i cortei finiti con ampi disordini. Perché la politica di violenza economica va di pari passo con la repressione fisica di queste migliaia di studenti e lavoratori che dopo anni di attesa e silenzio sono usciti dalle loro case a esprimere il disagio.

I giovani dai 14 anni in su si vedono particolarmente penalizzati da queste disposizioni. Basta ricordare il 14enne Manuel Gutierrez, assassinato da un carabiniere lo scorso 26 agosto, ma rimasto praticamente impunito dopo un processo militare a porte chiuse. I ragazzi delle scuole medie e superiori hanno poi coinvolto gruppi sociali emarginati, oltre a facilitare la partecipazione anche dei genitori, recuperando così una voce ignorata dalle parti politiche al potere.

L'appello alle marce ha superato il numero di 40, con cortei che hanno visto fino a 100.000 persone presenti sulle vie di Santiago ma anche di città come Valparaìso, Temuco, Talca e Concepciòn. Oltre agli studenti, nel 2011 altri gruppi sociali sono scesi in piazza per esigere un cambiamento dal basso e totale. Donne a sostegno dei loro diritti e della pari dignità, cittadini di quartiere emarginati che bloccano le strade, i mapuche che rivendicano la liberazione dei loro compagni incarcerati con il pretesto di occupazioni e disordini nei loro stessi territori. Ciò grazie alla legge antiterrorismo, che nel sud del Paese, soprattutto per gli interessi imprenditoriali e razzismi culturali atavici, sta mettendo quotidianamente a rischio la vita di famiglie intere di mapuche a causa della violenza  delle Forze speciali dei Carabinieri e dei militari, che criminalizzano e diffondono notizie fasulle per giustificare le loro azioni. Il tutto nel silenzio pressoché totale dei media mainstream.

Questa è la realtà attuale, che esige una presa di posizione da parte dei cittadini e da parte dei politici dell'opposizione che finora, oltre alla tiepida difesa in alcuni casi, hanno lasciato il vuoto nel dialogo apertosi, inevitabilmente, dopo questi mesi.

La strada è lunga. Occorre socializzare e rendere consapevole anche chi ritiene che non tutti debbano avere accesso all'istruzione di base, oltre alle vecchie guardie nostalgiche della dittatura. Ma soprattutto, quello che resta da fare è 'svegliare' la classe media più propensa al consumo, ma strangolata dai debiti, a esigere una revisione dei conti e dei servizi che riceve a costo di sacrifici e prestiti da saldare. Bisogna uscire dall'individualismo per recuperare un'azione solidale che stia al passo con le effettive possibilità di un Paese che dovrebbe e potrebbe assumersi le responsabilità amministrative e economiche che gli competono.

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Prodi da ragione agli indignados

Il professore risale in cattedra. Romano Prodi è più vispo che mai, anche se al governo non c’è più il nemico storico ma lo stimabile Mario Monti, anche se l’incontro di auguri per un buon natale agli allievi della scuola per manager Alma Graduate di Massimo Bergami si è svolto alle 7.30 del mattino.

L’ex primo ministro italiano ha portato i suoi saluti all’elitaria scuola privata di formazione post universitaria e non si è sottratto nel commentare i fatti di cronaca di questi giorni. Intanto una stoccata a quella che sembra essere diventata un’amatissima nemica, Angela Merkel: “Deve smetterla di usare questo linguaggio da maestrina: l’Italia i compiti a casa li ha fatti, ora semmai ci manca il tempo per giocare, e questo resterà un problema per il futuro”.

Il futuro dell’Italia proprio nelle ore in cui un altro sparring partner, se non addirittura probabile vicino di banco, come Luca Cordero di Montezemolo annuncia la sua discesa in campo con Italia Futura, è il tema che sta più a cuore al professore: “L’Italia si dovrà preparare a un anno col segno meno, probabilmente peggiore del -1,3% preventivato. I primi due trimestri del 2012 sono già pregiudicati. Difficile pensare al ritorno a una fase di crescita senza un nuovo patto europeo”.

La solita Europa a rischio di divisione che Prodi esorcizza come può (“le impediscono di avere il ruolo che le sarebbe richiesto, quello di proporre riforme in un mondo in cambiamento”) e in America obamiana che improvvisamente diventa pietra di paragone per una cattiva amministrazione “le elezioni in Usa e Francia sono il simbolo di una politica ossessionata dal voto, che pensa più alle tornate elettorali che a governare i paesi”. Anche se su Obama sono solo parole di encomio: “Obama è preoccupato che la crisi dell’euro si rifletta sul voto americano, e perciò l’America si sta adoperando per aiutare la nostra moneta”.

Infine una riflessione sugli Indignados che Prodi deve aver incrociato in strada a Bologna, come in altre decine di città del globo, durante una qualche manifestazione di dissenso e protesta: “Non si capisce bene dove possa arrivare. A differenza degli storici movimenti di quarant’anni fa non hanno leader, anche i loro riferimenti culturali e filosofici sono gli stessi delle vecchie contestazioni. Ma è un movimento che non si ferma, perché legato al problema della redistribuzione del reddito, che è diventata sempre più iniqua dagli anni ottanta ad oggi”.

d.t.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/21/prodi-indignados-hanno-ragione-oggi-redistribuzione-reddito-iniqua/179122/

GLI USA E IL RISCHIO "TEA PARTY"

Su limes un interessante approfondimento di Fabrizio Maronta, della redazione del periodico, sul dibattito economico negli USA

 

Il ritorno di Reagan

 

Nel centenario della nascita di Ronald Reagan - il presidente che vedeva nella macchina statale “la bestia da affamare”, “il problema, non la soluzione” dei guai economico-sociali del paese - il reaganismo torna prepotentemente ad affacciarsi sulla scena politica statunitense. Lo fa nel momento più inatteso, con l’Occidente attanagliato da una crisi debitoria figlia anche (soprattutto) degli eccessi di un liberismo sfrenato, cui uno Stato in trentennale ritirata di fronte al mercato non riesce a dare risposte efficaci.

Il re dei paradossi di questa grande recessione sta qui: un governo federale impoverito da decenni di sgravi fiscali e una Federal reserve con le armi spuntate dalla belle époque greenspaniana del denaro a buon mercato - che ha azzerato i margini di manovra sui tassi d’interesse e pompato aria nei bubboni speculativi, dalle dot.com al mercato immobiliare - assistono frustrati all’avvitarsi di una spirale recessiva.

Questa si abbatte su una società economicamente minata dall’aumento esponenziale delle diseguaglianze di reddito, più che raddoppiate dagli anni Settanta a oggi. Quella società chiede ora equità, giustizia sociale, lavoro e sostegno economico allo Stato: esattamente l’opposto del vangelo neoliberista reaganiano che ha plasmato il pensiero politico-economico degli Stati Uniti (e, mediante il “consenso di Washington”, del mondo intero) nelle ultime due generazioni.

Ma di fronte all’impotenza dello Stato, ovvero dell’amministrazione Obama e del Congresso a maggioranza democratica usciti dalle elezioni del 2008, l’elettorato incattivito e spaventato dalla crescita incontrollata del debito pubblico (altra faccia dei salvataggi privati), “si vendica” portando in parlamento la destra ideologica del Tea party, che fa del reaganismo una teologia e dell’insofferenza per il fisco un atto di fede.

La bestia agonizza: è l’ora del colpo di grazia. E mentre un partito repubblicano a corto di leader si accoda alla vulgata antistatalista, inseguendo la vittoria al ribasso nelle presidenziali del 2012, un partito democratico orfano di idee presta il fianco alle bordate di un’ideologia che ha mostrato tutti i sui limiti. Ma che, in mancanza di valide alternative, esercita ancora un fascino magnetico.

L’offensiva neo-reaganiana si esplica su più fronti. Emblematico è il dibattito, solo apparentemente accademico, sul rapporto tra regolamentazione ambientale e mercato del lavoro. I repubblicani hanno identificato dieci “regole distruggi-occupazione” (dalla normativa sul cemento a quella sugli scaldabagno) che, a detta loro, impedirebbero all’economia statunitense di uscire dalle secche della crisi.

Tanto che il candidato alla presidenza Mitt Romney, considerato un moderato nella corsa repubblicana alle primarie, ha detto in un dibattito televisivo (corredato di gaffe) che se eletto presidente “abbatterà il vasto edificio normativo che l’amministrazione Obama ha eretto sull’economia”. Pur sfrondato della pugnace retorica elettorale, il proposito resta concreto.

Poco importa che la regolamentazione pubblica sia effettivamente un freno alla creazione di posti di lavoro o meno. Di fatto, i dati disponibili sembrano attestare il contrario. Secondo il Bureau of labor statistics (che ha come prassi di chiedere agli amministratori delegati il motivo delle ristrutturazioni aziendali), nel 2010 - annus horribilis dell’economia americana - solo lo 0,3% dei licenziamenti è stato ascrivibile alla voce “intervento/regolamentazione governativa”, mentre il grosso era riconducibile alla contrazione della domanda (25%) e ad altre motivazioni, di natura industriale e finanziaria, variamente connesse al deterioramento della situazione economica.

Il fatto è che la critica alla regolamentazione statale rientra nella più vasta retorica conservatrice contro gli eccessi (veri e presunti) dello Stato. La polemica non è nuova. Del resto sono in pochi a mettere in dubbio che, da un punto di vista strettamente economico, le normative ambientali implichino costi aggiuntivi per le imprese, sottraendo risorse alla ricerca e all’espansione industriale. A questo dato si oppongono di solito considerazioni più ampie sulle ricadute sociali di tali norme, in termini di sostenibilità dello sviluppo e dunque, in definitiva, di qualità della vita della popolazione.

Tuttavia, come il movimento anti-tasse è passato dalla richiesta originaria di pagare meno - “storicamente nessuno Stato ha sopportato a lungo un’imposizione fiscale superiore al 30% del pil”, ebbe a dire the Gipper - a un rifiuto a priori di pagare le tasse, così i paladini della deregolamentazione non si limitano più a sostenere che le regole rallentano la creazione di impiego, ma si spingono ad affermare che lo distruggono. Ne discende che meno regole su ambiente, sicurezza e sindacato equivalgono a una misura di stimolo economico a costo zero.

Il salto logico è notevole, perché porta la teoria reaganiana dello Stato minimo alle sue estreme conseguenze. Se Reagan teorizzava lo snellimento dello Stato (peraltro mai realizzato veramente), i suoi epigoni ne propugnano la sostanziale eutanasia. In tal modo, inconsapevolmente, finiscono per volgere il controverso paradigma conservatore nel suo esatto contrario: un manifesto della sovversione. Se i democratici hanno un problema, i repubblicani ne hanno uno altrettanto serio.

http://temi.repubblica.it/limes/il-ritorno-di-reagan/29296

 

 

 

I candidati del GOP e il fanatismo religioso

Primarie repubblicane nell’Iowa, dove il capitalismo è scritto nella Bibbia

Cresce l'attesa negli stati del Midwest americano, dove tra meno di tre settimane partirà la corsa dei candidati per arrivare alle presidenziali. Matrimonio, infedeltà, battute sul gioco d'azzardo: Perry, Paul, Romney e Gingrich si fronteggiano sulle basi cristiane. E per vincere c'è chi arriva a leggere nel Deuteronomio il destino capitalistico del mondo

Mitt Romney e Rick Perry durante un dibattito

A meno di tre settimane dai caucus dell’Iowa, si scatena la battaglia tra i candidati repubblicani per la conquista del voto cristiano e conservatore dello Stato. Proclami di fedeltà coniugale, esibizione di mogli e figli, interpretazioni della Costituzione attraverso la Bibbia, oltre ovviamente a una ridda di attacchi contro aborto e matrimoni gay: gli sfidanti repubblicani alla Casa Bianca non perdono occasione, in queste ore, per manifestare pubblicamente il loro fervore religioso. D’altra parte, come ci dice Paul Zietlow, che a Urbandale, Iowa, dirige un gruppo vicino ai repubblicani, il Westside Conservative Club, “i religiosi saranno una percentuale molto alta di coloro che voteranno nei caucus”.

L’Iowa è lo Stato del Midwest dove, il prossimo 3 gennaio, prenderà il via il circo delle primarie repubblicane (che qui vengono appunto definiti “caucus”, incontri, riunioni tra gli elettori per scegliere i loro candidati). In Iowa i cristiani non sono soltanto molto numerosi, sono anche ben organizzati. Gruppi, circoli, chiese sollecitano i candidati sui temi dei valori. Chiedono impegni solenni in difesa della fede. Arrivano a far firmare documenti vincolanti ai politici.

L’ultimo, in ordine di tempo, a rendere omaggio ai cristiani dell’Iowa è stato Newt Gingrich, che in queste ore ha firmato il pledge, l’impegno scritto chiesto dal gruppo “Family Leader” per “sostenere i valori conservatori”. Tra le promesse fatte dal candidato, c’è quella di bloccare i finanziamenti a tutte le istituzioni straniere che promuovono l’aborto; c’è la difesa del matrimonio come “esclusiva unione tra un uomo e una donna”; soprattutto, c’è il giuramento di fedeltà nei confronti della moglie Callista.

Non si tratta di una promessa banale per il candidato che tutti i sondaggi danno in testa nei primi Stati dove si voterà (Iowa, South Carolina, Florida; solo in New Hampshire Mitt Romney sembra conservare un esiguo vantaggio). Gingrich è infatti al terzo matrimonio. Di più. Per evitare l’emergere di imbarazzanti scheletri nell’armadio, tali da stroncare il suo percorso verso la Casa Bianca, ha ammesso di aver tradito, durante i precedenti matrimoni. Si tratta di un elemento, l’infedeltà coniugale, che non pare fatto per rassicurare i conservatori religiosi e su cui si sono gettati come avvoltoi i suoi avversari.

A un recente dibattito a Des Moines, Rick Perry, l’ex-governatore del Texas, ha spiegato che “tradire la propria moglie è un elemento da considerare, quando si elegge un leader alla Casa Bianca”. Per spuntare le armi degli avversari, Gingrich ha ammesso che “sì, si tratta di un elemento importante. Talvolta, ho fatto degli errori, ma mi sono presentato davanti a Dio per chiedere perdono”.

Non è soltanto Gingrich a piegarsi esplicitamente alle richieste dei credenti. Proprio Rick Perry, nel disperato tentativo di recuperare una manciata di voti, sta in queste ore invadendo le TV dell’Iowa con uno spot in cui dice di “essere cristiano, contrario ai gay nell’esercito, favorevole alla celebrazione del Natale nelle scuole” (su quest’ultimo punto, anche i più ferventi cristiani non hanno potuto seguirlo. Non c’è notizia, nell’Iowa o nel resto degli Stati Uniti, di istituti scolastici che proibiscano la celebrazione del Natale).

Il tentativo più originale per compiacere la base conservatrice è comunque quello di Ron Paul. Non è un caso. Paul è sicuramente il candidato repubblicano più originale; quello più capace di suscitare l’entusiasmo di una base fatta soprattutto di giovani, affascinata dal suo messaggio libertario, individualista, isolazionista in politica estera. Paul ha citato in queste settimane il Deuteronomio 25.15 per giustificare la supremazia del sistema capitalistico sugli altri ordini politici ed economici. E la storia della cacciata dal Tempio dei mercanti gli è servita per attaccare le politiche della Federal Reserve (che lui vorrebbe abolire). Paul ha anche portato diversi cristiani nel suo team. Il direttore della sua campagna elettorale in Iowa è Michael Heath, già membro della Christian Civic League of Maine. Il responsabile della campagna per i rapporti con il mondo cristiano è invece Doug Wead, un cristiano rinato già collaboratore di George W. Bush. Il fatto che Ron Paul sia un ex-dottore, e che abbia aiutato a nascere centinaia di bambini, potenzia ovviamente le sue credenziali di buon cristiano.

Chi, ancora una volta, dimostra di non respirare con la base del partito è Mitt Romney, in caduta libera nei sondaggi che sino a qualche mese fa lo davano come il grande favorito. Romney è mormone, “e questo è un elemento di sospetto per molti elettori cristiani”, ci dice ancora Paul Zietlow. Le credenziali di Romney, in tema di valori, non sono poi così limpide. Da governatore del Massachusetts, era a favore del diritto all’aborto (una posizione ora respinta). Al popolo religioso, Romney sta quindi ora offrendo la cosa più preziosa: la famiglia. Agli ultimi comizi in Iowa e New Hampshire, ha avuto accanto a sé la moglie Ann, sposata 42 anni fa, con cui ha cresciuto ben cinque figli. Ann è sempre stata piuttosto avara di apparizioni pubbliche, ma le incerte fortuna del marito devono averla convinta a farsi vedere di più in giro.

Le apparizioni della bionda e sorridente Ann non paiono aver però riconciliato Mitt con la base cristiana. Una gaffe all’ultimo dibattito repubblicano in Iowa, sembra anzi aver allontanato ancor di più gli elettori religiosi. Durante un alterco con Rick Perry sulla riforma sanitaria, Romney se ne è venuto fuori con un “scommettiamo 10mila dollari?” per dare più forza alla sua posizione. Una battuta infelice, che non è piaciuta a molti elettori, in tempi di crisi economica. E che non è piaciuta a tanti cristiani, poco inclini a tollerare il gioco d’azzardo.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/15/primarie-repubblicane-nelliow...

Gli indignatos ad Harvard

Micromega prendendo spunto dalle contestazioni degli studenti Harvard all' attuale mainstreaming del pensiero economico , intervista la professoressa Stirati , a sua volta firmataria   della lettera degli economisti di cui parliamo in altra parte del sito. Riproduciamo qui la parte su Harvard rinviando ai link per l' intervista della professoressa e per la lettera

Agli studenti di economia di tutto il mondo il nome di Gregory Mankiw è estremamente familiare. È infatti l’autore di alcuni dei testi universitari più diffusi. Anche nel nostro paese “il Mankiw” è fra i manuali più adottati dai docenti di macroeconomia, forse secondo solo a quello firmato dall’attuale capo economista del Fondo monetario internazionale Olivier Blanchard (la cui edizione italiana è cofirmata da Francesco Giavazzi e Alessia Amighini).
Eppure qualche settimana fa gli studenti di Harvard, dove Mankiw insegna da molti anni, hanno contestato il loro celebre e blasonato insegnate accusandolo di offrire nelle sue lezioni una «specifica (e limitata) visione dell’economia», la quale perpetua «assetti di disuguaglianza economica inefficienti e problematici nella nostra società». «Uno studio accademico legittimo di economia», si legge nella “Open letter to Greg Mankiw” pubblicata dalla Harvard Political Review, «deve includere una discussione critica sia dei benefici che dei difetti dei differenti modelli economici semplificati. Siccome il suo corso non include fonti primarie e raramente adotta articoli di riviste accademiche, ci ritroviamo con uno scarso accesso ad approcci economici alternativi». Per manifestare con un gesto ancor più plateale questo disagio un nutrito gruppo di studenti ha inoltre abbandonato la lezione del 2 novembre unendosi alla marcia del movimento Occupy Wall Street in programma quel giorno a Boston.
Da una delle più prestigiose – e costose – università americane, che supera anche Yale per numero di ex studenti diventati presidenti degli Stati Uniti, ci è giunto l’ennesimo segnale di come la Grande Crisi scoppiata nel 2007/2008 sta scuotendo le basi non solo materiali del patto sociale costruito in Occidente nell’ultimo trentennio. Partire dai “fondamenti teorici” può essere un buon modo per analizzare con un punto di vista originale anche le turbolente vicende di casa nostra, che negli ultimi giorni hanno subito una improvvisa accelerazione con le dimissioni di Silvio Berlusconi e l'incarico per la formazione del nuovo governo conferito al professor Mario Monti. Ne abbiamo discusso con la professoressa Antonella Stirati, docente di economia all’Università di Roma Tre.

http://temi.repubblica.it/micromega-online/da-atene-ad-harvard-processo-all%e2%80%99ortodossia-economica/

http://www.novefebbraio.it/articoli/la-lettera-degli-economisti-che-preconizzava-lattuale-baratro

Paul Krugman con gli indignados

Per rispetto della proprietà intellettuale riportiamo solo una porzione dell' articolo, rinviamo al link per il testo integrale 

 

Gli indignados di Wall Street spiazzano anche l'Fmi

di Paul Krugman

Eppure è quello che è successo, e questo può voler dire solo una cosa: l'imperatore era nudo e tutto quello che serviva era una voce onesta e sincera che lo facesse notare.

 

Quanto a come abbia fatto l'imperatore a denudarsi a tal punto, leggete l'articolo di Ari Berman sul "fronte del rigore" e sul suo predominio a Washington, pubblicato il 19 ottobre su The Nation. Berman parla di «un paradosso importantissimo della politica americana negli ultimi due anni: com'è possibile che nel pieno di una crisi occupazionale enorme - quando è dolorosamente evidente che l'economia non riesce a creare abbastanza occupazione e la stragrande maggioranza dei cittadini vuole che le autorità concentrino le loro iniziative su questo problema - il deficit sia emerso come il problema più pressante?». E aggiunge: «E perché, quando i dati, in tutto il mondo, mostrano chiaramente che le misure di austerity faranno crescere la disoccupazione e ostacoleranno la crescita, invece di accelerarla, i fautori del rigore godono ancora di così tanto credito?».

Una spiegazione la si può trovare nella rilevanza del potente e aggressivo "fronte del rigore", una coalizione di politici, fanatici e opinionisti che si spaccia per moderata ed è considerata, senza possibilità di contestazioni, come la guardiana dell'assennatezza economica.

La cosa davvero straordinaria è che la reputazione di saggezza di queste persone persiste a dispetto delle figuracce in serie che continuano ad accumulare.

C'è stata l'esaltazione dell'"austerità espansiva", una tesi la cui infondatezza economica è stata messa a nudo non solo, come ricorda Berman, da istituti di ricerca come il Center on Budget and Policy Priorities, ma anche dal Servizio ricerca del Congresso e dal Fondo monetario internazionale. Sì, avete capito bene, il Fondo monetario internazionale.

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E c'è stato, naturalmente, il fallimento totale sul fronte dei dati economici: le cure di risanamento hanno portato ovunque a un aumento della disoccupazione e gli interessi sui titoli di Stato sono rimasti ostinatamente bassi nonostante la crisi debitoria che secondo questa gente incombeva su di noi.

 

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-10-29/indignados-wal...

Le Proteste e il debito , una riflessione dalla Germania

Josè F. Padova un commentatore molto acuto ha tradotto per lib lab  un articolo del magazine tedesco  (moderatamente progressista) Die Zeit sulla crisi del debito sovrano , aggiungendo una condivisibile premessa

Ecco che qualcuno propone un’alternativa per la situazione economico-finanziaria nella quale i governi, più o meno succubi delle grandi banche della bolla finanziaria e del denaro nella sua più devastante essenza, ci hanno cacciato. La proposta sembra comunque rimanere tale.

Qui si resta nel mondo della tecnica finanziaria, osservando la situazione mediante numeri e statistiche. Non si considerano mai (o quasi) le conseguenze che gli errori di chi ha potere hanno sulla vita dei “soggetti”, specialmente dei più deboli. Lo ha sottolineato recentemente Prodi al TG 3 parlando della Grecia: “Ma che cosa vogliono avere di più, i soloni europei? I governi greci hanno mentito, hanno speso molto più di quello che potevano (non soltanto loro, dico io), proprio perché si faceva loro credito illimitato, senza che qualcuno lanciasse tempestivamente l’allame… Che cosa si vuole cavare adesso dal popolo greco, il sangue?” Questo più o meno il senso del ragionamento.

Da parte mia ricordo che la “punizione” inferta al popolo tedesco dal Trattato di Versailles e dalle vergognose pretese di risarcimenti ha portato diritta a Weimar e quindi a nazismo e seconda guerra mondiale. Non ho ancora trovato voci levarsi ad ammonire.

 

Josè F.Padova

 

 

 

Crisi finanziaria. In piena collera.

 

Gli istituti di credito dovrebbero essere nuovamente puntellati con miliardi. Stavolta però ci sarebbe un’alternativa.

Da: Zeit Online – Economia

 

(traduzione dal tedesco di José F. Padova)

 

Di nuovo le banche! La Cancelliera dice: Si farà «il necessario» per garantire una ricapitalizzazione degli istituti finanziari colpiti [dalla crisi]. Il presidente francese a sua volta annuisce. Di nuovo i governi vogliono mettere mano a miliardi di euro per sostenere gli istituti di credito.

Il denaro potrebbe scorrere via in fretta. Come già accadde dopo lo scoppio della crisi finanziaria nel 2008 le banche non si prestano più denaro a vicenda, ma preferiscono depositarlo presso la Banca centrale europea. E a causa di questo, come allora, i crediti per i consumatori e le imprese diverrebbero esigui.

Il mondo sembra essere prigioniero di una morsa nel tempo che ad ogni nuovo giro di vite diventa sempre più intollerabile. Già la gente aveva accettato con riluttanza il primo pacchetto di salvataggio delle banche. Il secondo incontra un’aperta rivolta. Negli USA cittadini adirati hanno già occupato Wall Street e anche in Europa cresce la collera. Pur in questo frangente vi è stavolta un’alternativa, che consiste nello stabilizzare gli estenuati Stati dell’Europa meridionale.

 

Non vi sono botteghe di bari imbroglioni che al momento hanno bisogno di aiuto

Quattro anni fa questa alternativa non c’era. Quella volta gli istituti di credito furono salvati perché erano falliti a causa delle  loro operazioni speculative – e chi critica le banche rinfaccia con ragione ai governi di aver garantito un puntello di salvataggio senza aver preteso un contraccambio adeguato. Il settore finanziario sarebbe dovuto essere riformato a nuovo e radicalmente. Questo non è avvenuto, nonostante alcuni buoni risultati ottenuti con la regolamentazione.

Per il momento da salvare non vi sono baracche piene di imbroglioni, ma istituti seri, che hanno acquistato titoli obbligazionari di Stati del Sud Europa. Si tratta di una diversità importante. Chi compera titoli di Stato fornisce denaro agli Stati. I governi poi non si sono sempre serviti di questo denaro con scrupolo, eppure senza il finanziamento attraverso i mercati del capitale il moderno Stato assistenziale sarebbe impensabile. Esso è il mezzo migliore per attenuare i periodi di stasi economica, che sempre si ripresentano.

 

Tuttavia gli Stati in crisi presentano ora una solvibilità limitata e i loro prestiti obbligazionari perdono valore. Per questo le banche si trovano in difficoltà e quindi questa volta i loro problemi non si risolvono facilmente. Stati e banche formano un sistema di vasi comunicanti: quanto più cresce il pericolo di fallimento dello Stato [default], tanto più denaro deve essere pompato nelle banche che detengono i titoli di Stato dei Paesi colpiti [dalla crisi]. Il cui numero aumenta. Ampie parti del Continente per gli investitori sono oggi tabù. La solidità finanziaria dell’Italia è allo stesso livello di quella del Pakistan.

 

Si potrebbe ora argomentare che le banche avrebbero giocato d’azzardo quando hanno prestato soldi a Stati traballanti. Eppure: quali Stati vacillano e perché? Il panico finanziario che si è diffuso sul Continente può essere difficilmente spiegato soltanto mediante fattori economici. Esso è il risultato di una paura del fallimento che ha fomentato soprattutto la politica tedesca.

 

La riforma del sistema bancario resta urgentemente necessaria

L’Italia può ben avere un governo assediato dagli scandali, ma la sua affidabilità creditizia è veramente paragonabile con quella del Pakistan? L’Europa nel suo complesso può avere accumulato troppi debiti, ma questo non lo fanno forse anche altri? La quota di debito dell’Eurozona – 85% delle prestazioni economiche complessive [PIL] – è inferiore a quella degli Stati Uniti (94 percento) o del Giappone (220 percento).

Se quindi l’Europa non si trova davvero messa così male, questo significa all’inverso che i problemi dei debiti [sovrani] si possono risolvere. I Paesi forti devono provvisoriamente garantire per quelli deboli, finché i deficit non sono abbattuti e i mercati si sono tranquillizzati.

 

Non vi possono essere aiuti senza condizioni, per impedire che il Sud viva a spese del Nord. Nel frattempo quasi tutti i governi hanno messo in piedi programmi per l’abbattimento del debito e vi sono buone possibilità che essi concretizzino la svolta – con l’eccezione della Grecia, dove soltanto la durevole assunzione in carico di una parte del debito da parte di governi stranieri può evitare la bancarotta. Ma la Grecia è l’eccezione, non la regola.

 

Un momento, dicono a questo punto i seguaci del libero mercato seguendo il sano buonsenso: in generale non è una buona idea quella di collettivizzare i debiti e socializzare le perdite. Ma come sempre si arriva all’alternativa. Chi adesso vuole punire le banche per gli impegni finanziari presi nell’Europa meridionale deve sapere che in questo modo spinge verso l’alto il conto che i contribuenti devono pagare. Lo Stato, se sottrae denaro alle banche mediante un taglio del debito, deve poi fornire loro denaro ad altro titolo, per non farle crollare. E se la paura per il taglio del debito greco allontana gli investitori dall’Europa, l’Unione Europea deve assumersi il finanziamento degli Stati tagliati fuori dal flusso dei capitali.

 

Si può anche dirla così: il primo salvataggio era il prezzo pagato per la sfrenata liberalizzazione del mercato finanziario. Il secondo soccorso alle banche è il prezzo per aver esitato e tentennato davanti al salvataggio degli Stati. Se i governi avessero affrontato il problema con decisione i problemi delle banche si sarebbero risolti in gran parte da sé.

Questo non vuole significare che poi gli istituti finanziari debbano essere abbandonati a loro stessi. Vi sono troppe banche, sono troppo grandi e pagano stipendi troppo alti. Una riforma del sistema bancario resta urgente e necessaria. Ma essa da sola non può porre termine alla presente crisi.

Da: Zeit Online – Economia

EDERA ROSSA sulla crisi finanziaria

mi sembra, per quel poco che ricordo di legislazione bancaria,  che l'articolo non consideri che buona parte dei titoli di stato in possesso delle banche lo sono in quanto titoli a garanzia della loro solidità e questo sulla base di obblighi di legge.

Sono state le autorità monetarie europee a determinare quali titoli potessero essere utilizzati a fine di garanzia e, suppongo il loro possibile peso nel portafoglio delle singole banche sulla base della loro affidabilità. Se, ad esemppio, le autorità europee determinano che i titoli greci sono altrettanto sicuri di quelli tedeschi o. quantomeno, che possono essere messi  nel fondo garanzia delle singole banche europee, non ci si può poi lamentarsi se le banche li hanno ora in portafoglio visto che rendevano di più e difficilmente le banche non colgono opportunità che possono essere colte dalla loro diretta concorrenza,

Come dice l'articolo, non  è la stessa cosa di quanto accaduto negli Usa, a me sembra che non lo sia di parecchio, e che da  parte della politica vi sia più di qualche colpa, compresi quanti hanno accellerato a favore della Grecia per avere una pallottola in più contro la Turchia  E non occorre ricordare quali paesi e quali forze non solo politiche hanno cercato di tener fuori della porta la Turchia.. 

EDERA ROSSA cosa leggiamo nelle parole degli indignatos ?

Abbiamo chiesto all' amico Edera rossa se il fenomeno Indignatos non possa essere approfondito nell' ottica della nostra scuola di pensiero repubblicana : sia pure confusamente da questi ragazzi (ovviamente per quanto riguarda l' Italia parliamo delle persone perbene e non dei delinquenti) viene fuori una contestazione non secondo lo schema classico del classismo marxiano , ma quello della critica alla divaricazione sociale e si potrebbe aggiungere dell' egoismo dei ricchi. Cenni non del tutto estranei alle nostre letture . Questa la risposta del nostro amico

 

Negli Stati Uniti questo movimento contro il prevalere delle ragioni dell'utilitarismo sopra quelle dell'affermazione della persona , si era già manifestato in un movimento che assunse proprio il nome di antiutilitarista .

Anche questo ci ricorda qualcuno che polemizzava contro l'utilitarismo benthamiano che non riconosceva il valore della persona in quanto tale e finiva con farla schiava delle leggi dell'economia. Era anche quello un giovine contestatore ricercato dalla polizia di mezza Europa, una testa matta che non riteneva possibile che nella grande Londra convivessero la più grande ricchezza e la miseria di persone costrette a dormire per strada. Solo che quell'uomo aveva delle idee abbastanza precise sul come non essere schiavi dell'economia nè quando era il valore portante di una società basata sull'egoismo individuale , nè quando il suo controllo ed il suo possesso si voleva fosse esclusivo appannaggio dello stato.

Oggi le voci sono diverse e talvolta contrastanti tra loro e con obbiettivi ( come in alcuni greci, ma anche italiani, l'evocare il default) che si possono tranquillamente giudicare come pericolosi. Ma va detto anche che questo movimento scomposto ma pulito, a volte incolto ( e perciò con rischi potenziali) e non disposto a lasciarsi abbindolare da una tecnicità che rischia di essere inganno, ma anche pronto a percepire tutte le notizie che girano nella rete anche a dispetto dei potenti, ebbene credo che questo movimento sia anche figlio del venir meno della politica, della incapacità della politica di ridare speranze e grandi disegni, della incapacità del mondo dei potenti , ma anche di tante opposizioni ufficiali, di pensare ad un futuro nel quale la parola possibile sia carica di grandi disegni.
Ed allora se qualcuno ricorderà - ancora una volta - che l'egoismo dei ricchi, non si combatte solo col confuso arcipelago dei diritti, ma anche con un disegno di società nella quale la parola doveri sia coniugata per tutte le sue componenti, forse sarà utile a questi giovani, come lo fu alla sua società quel brigante che polemizzava contro l'utilitarismo benthamiano ed al quale mi sembra , cari amici di novefebbraio , steste fin troppo esplicitamente alludendo.

EDERA ROSSA

 

new york times su occupy wall street

Il NYT ha preso posizione a favore dei givoani di Occupy Wall Street ecco unsunto dell' editoriale

n un editoriale non firmato il New York Times, senza mezzi termini, si schiera a favore di Occupy Wall Street o – come vengono chiamati dalla stampa estera – degli ‘indignados americani’ e condanna il mancato operato dei politici a Washington. “Con la protesta che si diffonde da Manhattan a Washington al altre citta americane, quelli che chiacchierano (‘chattering’ in inglese) continuano a lamentarsi che i manifestanti sono privi” di rivendicazioni, scrive il giornale:“Il messaggio è ovvio…il problema è che nessuno a Washington sta ascoltando” e, siccome i politici non hanno prestato ascolto, “le manifestazioni di malcontento del popolo sono legittime e fini a sé stesse”.

“Il messaggio è la protesta: la sperequazione nei redditi sta distruggendo la classe media, ingrossando le file dei poveri, e minaccia di creare una sottoclasse…di disoccupati. I manifestanti, la maggior parte giovani, stanno dando voce alla generazione delle mancate opportunità”. Le attuali condizioni dell’economia lasciano presagire ai giovani “una vita di prospettive limitate e redditi inferiori – ovvero quel che si definisce mobilità sociale verso il basso”, scrive il quotidiano.

Ma la protesta è molto di più di una ribellione giovanile, avverte il Times, i problemi dei manifestanti riflettono quelli di buona parte degli americani. “Hanno ragione a dire che il settore finanziario, in collusione con autorità di regolamentazione e i rappresentanti eletti, ha profittato dallo scoppio” della crisi mentre “milioni di americani hanno perso il loro lavoro, il loro reddito, i loro risparmi” e, con la ripresa che stenta a decollare, anche la speranza.

“La disparità economica acuta è il segno più evidente di un’economia  disfunzionale”, scrive il giornale, “i problemi non sarebbero preoccupanti se le condizioni della classe media e dei poveri stessero migliorando…ma la recessione sta solo accelerando il loro declino”. Per il New York Times, l’estrema ineguaglianza di condizioni svia la classe politica, perché questa “inevitabilmente” riflette gli interessi delle classi più abbienti.Non è dunque sorprendente che Occupy Wall Street  abbia attratto le proteste di una serie di gruppi.

Per il Times, l’America deve fare di più per “raggiungere la piena occupazione” e per sviluppare il settore manifatturiero, anche grazie ad un “aumento della spesa pubblica per creare nuovi posti di lavoro” – qui il giornale spezza una lancia a favore del piano sull'occupazione del presidente Barak Obama . “Non spetta ai manifestanti redigere proposte di legge; quello è compito dei politici e – nota il Times – se questi l’avessero fatto, non ci sarebbe stato bisogno delle proteste. Siccome non l’hanno fatto, le manifestazioni di malcontento del popolo sono legittime e fini a sé stesse. Sono una difesa per impedire a Wall Street di tornare a essere quella che ha provocato la crisi”.

http://america24.com/news/anche-il-new-york-times-a-favore-degli-indignados-proteste-legittime

L' articolo che è integralmente tradotto sul numero odierno di Internazionale , motiva l proteste sulla "disparità di reddito che soffoca la classe media , fa aumentare il numero dei poveri e minaccia di creare una sottoclasse di persone capaci e volenterose ma senza lavoro"

Proprio il fenomeno che gli economisti liberali italiani, anche a sinistra , vorrebbero farci credere causato dalle troppe protezioni del nostro welfare.

 

Gad Lerner e gli indignatos di wall street

Sono apparsi sul blog di Gad Lerner due interessanti commenti alla vicenda di occupy wall street , il giornalista ovviamente coglie talune ingenuità del movimento ( i debeti non li abbiamo fatti noi e non li paghiamo) , ma  non si sottrae all' interrogativa di frotne al quale anche la sinsitra americana e d europea sembra arretrare : da decenni il pensiero unico liberista ha detto che la Soluzione con la "L" maiuscola era deregolarrizzare, togliere lacci e lacciuoli, dimagrire lo stato ,smontare welfare e protezioni, allargare i commerci... ci sarebbe stato qualche disagio momentaneo ma poi tuttio saremmo stati mediamente meglio tanto da poterci permettere un pò di carità per quei pochi che fossero rimasti indietro ( il capitalismo caritatevole).

E' possibile chiedersi chi è che sta meglio ?

http://www.gadlerner.it/2011/10/08/i-ragazzi-e-la-tirannia-anonima-della...

http://www.gadlerner.it/2011/10/05/se-gli-indignados-circondano-wall-str...