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1978 UGO LA MALFA E L'EVOLUZIONE DEL PCI

Io e il comunismo

di Ugo La Malfa

 

L’ archivio storico di “la Stampa” aiuta a reperire documenti di grande interesse, questo è la traduzione di un articolo di Ugo La Malfa apparso su “foreign affair” prestigiosa rivista statunitense  e tradotto per la gran parte da la stampa . Purtroppo è stata  sunteggiata la parte sugli anni del centro sinistra , Rimane però nella indimenticabile prosa di Ugo La Malfa tutto il periodo del fascismo e del primo dopo guerra in cui viene limpidamente  spiegato il perché della fiera opposizione al partito comunista  e la parte finale in cui ULM illustra le ragioni per cui crede nell’ evoluzione del PCI, per l’ abbandono del mito della dittatura del proletariato, per l’ accettazione della NATO , per l’ abbandono dell’ obbiettivo dell’ economia collettivizzata.

Ugo La Malfa, scrive nel marzo 1978 un anno quasi esatto prima della sua scomparsa

 Il problema dell'esistenza in Italia di un forte Partito comunista ha rappresentato la mia costante preoccupazione in una battaglia democratica che mi impegna da oltre 50 anni (sono nato in Sicilia nel 1903) e mi ha visto passare dall'antifascismo clandestino, alla resistenza e alla vita democratica libera. Quando nel 1925, giovanissimo, aderii ad un partito democratico (Unione democratica nazionale) creato da una personalità politica e morale di eccezionale rilievo, quale fu Giovanni Amendola, vi trovai a militare, più anziani di me, Mario Berlinguer, padre dell'attuale segretario politico del Partito comunista italiano, Silvio Trentin, mio vecchio professore e padre di uno dei più intelligenti e combattivi esponenti del sindacalismo comunista. Giovanni Amendola pochi mesi dopo fu bastonato a morte dai fascisti ed al suo capezzale io mi trovai accanto al figlio Giorgio che seguiva la politica del padre. Nel 1930, in piena reazione fascista e con all'orizzonte la terribile comparsa della dittatura nazista, Giorgio Amendola abbandonò la causa democratica e continuò la lotta clandestina nel partito comunista. Fra molti giovani che avevo conosciuto fra il 1925 ed il 1930, e che con me avevano iniziato la resistenza clandestina contro il fascismo, rimasi quasi solo con pochissimi altri: la maggior parte preferì continuare la lotta sotto la bandiera del partito comunista. Mi sono domandato spesso perché giovani di grande intelletto e di sicuro impegno morale avessero perduto fede intorno agli Anni Trenta nella causa democratica e avessero scelto la milizia nel partito comunista: mi sono domandato in particolare perché i figli di Giovanni Amendola, grande vittima democratica del fascismo, e i figli dei democratici Silvio Trentin e Mario Berlinguer fossero diventati comunisti. La spiegazione che mi do è che, intorno agli Anni Trenta ed oltre, pareva che il mondo occidentale tutto, sull'esempio dell'Italia e della Germania, dovesse cedere al fascismo. La guerra civile di Spagna che vide la debolezza delle democrazie occidentali ed il trionfo del franchismo, l'incredibile cedimento degli statisti democratici di fronte a Hitler a Monaco dovevano avere consolidato questa opinione. In Occidente, c'era una democrazia che cedeva e cadeva sotto i colpi del nazifascismo, in Oriente, invece, vi era un campione della lotta antifascista, la Russia sovietica ed il potente partito comunista che la guidava e che radunava sotto le sue bandiere i comunisti di tutto il mondo. Checché si pensi di questa mia personale valutazione sul come si sono formati alcuni quadri dirigenti comunisti, è avvenuto che l'Italia democratica, al momento della sua liberazione, si trovasse a dovere fare i conti con un forte Partito comunista, strettamente legato alla ideologia e alla politica dell'Unione Sovietica. Ho da allora sempre pensato che una democrazia che ha nel suo seno un forte partito comunista è una democrazia debole, in certo senso una democrazia zoppa. E tale è stata, in effetti, l'Italia dal 1945 in poi. Appartengo ad una forza democratica di minoranza, il pri, che ha grandi tradizioni democratiche e risorgimentali, la cui ispirazione discende direttamente da alcuni grandi del Risorgimento italiano, come Giuseppe Mazzini e Carlo Cattaneo. E appartengo a tale partito, dopo aver militato, durante la Resistenza e subito dopo, in un partito di lotta, anch'esso di ispirazione democratica, quale fu il Partito d'Azione. E proprio perché di fede democratica e risorgimentale, ho pensato, fin dall'indomani della liberazione, che fosse necessario costituire una barriera contro il Partito comunista, in quanto partito ideologicamente e politicamente legato all'Unione Sovietica, a una potenza cioè ed a un partito che, a mio giudizio, erano la negazione dei valori di libertà, di democrazia, di ordinato sviluppo civile, economico e sociale, ai quali il mio partito, con altri partiti, erano legati. Nel 1945, nell'anno della liberazione dell'Italia, i governi erano costituiti da rappresentanti di tutti i partiti che avevano partecipato alla lotta e alla resistenza contro il nazifascismo, e quindi anche da rappresentanti del Partito comunista italiano. Il Partito socialista, che aveva una tradizione democratica luminosa anche se di fondamento ideologico marxista, era allora vincolato ad un patto di unità d'azione con i comunisti. Preoccupato da tale legame, partì da me la proposta di un'alleanza fra forze repubblicane laiche e forze socialiste, che da una parte isolasse il Partilo comunista e dall'altra fronteggiasse, con adeguato peso politico ed elettorale, la Democrazia cristiana, partito dei cattolici, che già in quell'anno mostrava la sua forza crescente. La proposta fu respinta dal Partito socialista, e di conseguenza le forze democratiche laiche e la forza socialdemocratica che si era staccata dal Partito socialista (Saragat), per difendere tutti i valori dell'Occidente, non ebbero altra scelta che di costituire maggioranze e governi con la Democrazia cristiana e offrire un fronte di resistenza abbastanza consistente alla pressione tenace, continua del Partito comunista e del suo alleato, il Partilo socialista italiano. Ciò avvenne a partire dal 1947, quando uscirono dal governo il Partito comunista e il Partito socialista e si costituirono le maggioranze democratiche di centro che, da quell'anno al 1953, legarono saldamente l'Italia all'Occidente e all'Europa, sia per quel che riguarda il quadro interno, nel duplice aspetto di politica istituzionale e di politica economica e sociale, sia per quanto riguarda il quadro internazionale, con l'adesione all'Alleanza Atlantica e alla prima costruzione europea. Ricordo, per dare un'immagine plastica della situazione di allora, che nel secondo semestre del 1948 fui nominato capo della delegazione che doveva trattare con i dirigenti dell'Urss le questioni del trattato di pace. In quattro mesi di soggiorno a Mosca conclusi quelle trattative, ma ebbi così forte impressione del carattere militare e autoritario dell'Unione Sovietica che, nella primavera del 1949, quando la Camera dei deputati discusse dell'adesione dell'Italia al Patto Atlantico, citai quell'esperienza personalmente vissuta come testimonianza e prova dell'importanza vitale che aveva per l'Italia l'adesione al Patto Atlantico. Alla partecipazione a quel patto si opposero tenacemente, con una dura azione ostruzionistica, il Partito comunista ed il Partito socialista di Nenni, uniti nella stessa battaglia. (Dopo avere descritto l'esperienza del centrosinistra e il suo logorarsi, per gli errori «di una politica sindacale irrazionale e sbagliata», per il «malgoverno» della dc, per «il massimalismo ideologico e il populismo» del pci, e per il contributo, all'uno e all'altro, del psi. La Malfa giunge all'attuale situazione politica, inquadrata nella «disgregazione completa» del sistema economico-sociale e dell'ordine pubblico). Agli inizi del 1976, il Partito socialista italiano faceva cadere il governo Moro-La Malfa, costituito da esponenti della Democrazia cristiana condusse tito repubblicano, il che, dopo un breve governo della sola Democrazia cristiana, doveva portare alle elezioni anticipale del 20 giugno 1976. Con quelle elezioni, che la Democrazia cristiana condusse all'insegna di una forte invincibile opposizione al Partito comunista, si ebbe la seguente ripartizione dei seggi alla Came ra dei deputati: la dc 263, il pci 228, il psi 57, il psdi 15, il pri 14. La maggioranza necessaria avrebbe dovuto essere di 316 seggi. Come si rileva dalle cifre, era ancora possibile costituire una maggioranza di centro-sinistra con l'apporto della Democrazia cristiana, del Partito socialista, del Partito repubblicano e del Partito socialdemocratico (349 seggi, contro i 228 seggi del Partito comunista). Ma poiché il Partito socialista dichiarava formalmente che non avrebbe partecipato a maggioranze o a governi senza la contemporanea partecipazione del Partilo comunista, si dovette costatare il definitivo tramonto della coalizione di centro-sinistra. Il Partito comunista italiano usciva dalla sua condizione trentennale di partito dell'opposizione e, sia pure attraverso la fase, del tutto anomala, delle astensioni dal voto, entrava nel gioco politico che solo le forze tradizionalmente democratiche avevano condotto dal 1945 in poi. Il governo monocolore Andreotti, che è durato ben diciotto mesi, si potè costituire con i voli di fiducia della Democrazia cristiana, ma con il voto di astensione degli altri partiti democratici e del Partito comunista. Ma cosa era il Partilo comunista quando, dando un voto di astensione al governo dell'on. Andreotti, abbandonava la posizione di opposizione estrema ed entrava nell'ambito delle forze che direttamente o indirettamente, col voto favorevole o con l'astensione, avrebbero assicuralo la vita di un governo? Era il partilo di orientamento marxista-leninista, di completa adesione al dogmatismo sovietico, che avevamo conosciuto all'indomani della liberazione e dopo, o era un partito diverso, che era andato faticosamente rivedendo la sua vecchia ideologia e andava lentamente accostandosi ai partili di tradizione democratica? Nel primo caso, essendo sorto il governo Andreotti con il voto di astensione del Partito comunista, si sarebbe apportato il primo durissimo colpo al sistema democratico, nel quale l'Italia era vissuta per oltre tre decenni; nel secondo caso, in una situazione grave come quella italiana, si sarebbe potuto contare su un nuovo apporto al sistema democratico, proprio quando esso rischiava di entrare in una crisi quasi mortale. E' su questo contrasto di giudizi sul Partilo comunista italiano e sul cosiddetto eurocomunismo che la discussione si è fatta sempre più viva e drammatica in Italia e, di riflesso, nelle più diverse sedi internazionali. La mia opinione, del resto condivisa dalla massima parte del mio partito e da altre correnti politiche, è che il Partito comunista non è più quello che era stato durante il fascismo, la Resistenza e i primi decenni di vita repubblicana. I fatti nuovi, ai quali io credo si debba dare importanza, sono i seguenti: 1) da alcuni anni in qua, il Partilo comunista italiano, sia all'interno che in diverse sedi internazionali, ha formalmente e reiteratamente dichiarato la sua volontà di rispettare i valori della democrazia, il pluralismo, l'alternanza delle forze al potere, rinunciando al suo impegno ideologico e di partito mirante alla dittatura del proletariato. Nel novembre 1977, a Mosca, alla celebrazione del sessantesimo anniversario della Rivoluzione d'Ottobre, dopo la dura riaffermazionc da parte di Breznev di tutti i principi del dogmatismo sovietico, Enrico Berlinguer, segretario del Partito comunista italiano, dichiarava, dandolo per scontato, che il suo partilo aveva fede nel valore storicamente universale della democrazia, nel carattere non ideologico dello Stato, nella possibilità dell'esistenza di diversi partili, e nel pluralismo della vita sociale, culturale e ideale. Nel dibattito seguito in Italia, ho dato rilievo a quelle affermazioni perché esse venivano fatte in un'occasione solenne e alla presenza dei delegati dei partiti comunisti del mondo intero. Ho pensato che quelle affermazioni sarebbero circolate, come acqua sotterranea, in quel mondo del dissenso che esiste nell'ambito del blocco degli Stati controllati dall'Unione Sovietica, dando il senso di una nuova eresia rispetto a quelle già esistenti (Jugoslavia, Cina); 2) su per giù nello stesso periodo di tempo, il Partito comunista italiano ha dichiarato la sua volontà di accettare l'Alleanza Atlantica, della quale l'Italia fa parte, e di volere contribuire con altre forze democratiche alla realizzazione dell'unità politica europea. In recenti dibattiti di politica internazionale alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica italiana, il Partito comunista ha sottoscritto, insieme alle altre forze democratiche, ordini del giorno che riaffermano le lince tradizionali della politica internazionale dell'Italia, con particolare riguardo alla fedeltà all'Alleanza Atlantica, alla Nato e alla Comunità economica europea. I diffidenti dicono che il Partilo comunista italiano accetta in partenza il quadro della politica internazionale dell'Italia, salvo, in un secondo tempo, tentare di modificarlo o addirittura di rovesciarlo. Ma I quando il Partito socialista italiano entrò nella maggioranza e nei governi di centro-sinistra, esso sosteneva una piena neutralità dell'Italia ed era andato chiedendo l'uscita di essa dalla Nato. Il Partito socialista non ha certo contribuito all'avanzamento economico e sociale dell'Italia, ma non ha scalfito per nulla, in tutti questi anni, la politica internazionale dell'Italia. D'altra parte, il Partito comunista italiano chiedendo di far parte della maggioranza o del governo, sa di essere in condizione minoritaria rispetto alle altre forze democratiche. Se, nel corso della sua collaborazione nella maggioranza o nel governo, dovesse tentare di rovesciare le linee della politica internazionale dell'Italia questo sarebbe un evidente e comprensibile motivo di rottura per l'opinione pubblica. Vi sono, nella politica di un partito e dei suoi esponenti, processi di revisione che si possono dichiarare, altri processi che non si possono confessare, ma operano anche più efficacemente; 3) il Partito comunista, in materia economica e sociale, si è allontanato negli ultimi tempi da impostazioni populistiche e demagogiche, da una fede nella collettivizzazione dei mezzi di produzione, e si è dichiarato disposto, nel quadro di una economia di carattere occidentale esistente in Italia, a contribuire, attraverso una politica rigorosa e severa, alla ripresa economica e sociale del Paese, al ristabilimento dell'ordine pubblico così gravemente compromesso in questi anni, a un consolidamento delle istituzioni democratiche.

Pubblichiamo, nella versione originale italiana, il testo quasi integrale di un saggio di Ugo La Malfa, "Communism and Democracy in Italy" (Il comunismo e la democrazia in Italia), che uscirà nel numero di primavera dell'autorevole rivista politica americana "Foreign Affairs" LA STAMPA

Pagina 15

(21.03.1978) LaStampa - numero 64

 

EDERA ROSSA: un ricordo su La Malfa e una riflessione sul PCI

A proposito del ricordo che fa l'amico Archita di Serio del La Malfa cafoscarino, non posso dimenticare il bel discorso che egli tenne nell'aula di Ca' Dolfin in occasione del ventennale della liberazione; dopo che il rettore di allora, Italo Siciliano, lo salutò come lo studente che dopo essere uscito con 110 e lode nello studio vi ritornava con 110 e lode nella vita, Ugo La Malfa ricostruì un affresco della Venezia democratica che lo accolse quando era pericoloso anche circolare per una città in cui la violenza fascista rendeva quasi impossibile la militanza politica. Era la Venezia di Gino Luzzato e di Silvio Trentin a lui politicamente più vicini , ma anche di altri docenti che non chinarono il capo come Cesare Zappa . era la Venezia di Gavagnin e di un giovine repubblicano, come La Malfa di origini siciliane, che portava il nome di G.Battista Gianquino e che poi diventerà il sindaco comunista, di Venezia il sindaco galantuomo come sarà ricordarto anche dagli avversari, Ed era la città di altri repubblicani che il democraticoamendoliano Ugo La Malfa cominciò a conoscere ed ad apprezzare, Un piccolo gruppo di gente dalla schiena diritta come Giuseppe de Logu ..
La scelta di chiamare ( questo lo seppi più tardi quando entrai a far parte dell'organismo rappresentativo degli studenti) Ugo La Malfa fu quasi imposta dall'organismo degli studenti di allora di fronte ad una università che avrebbe voluto una rappresentanza "più moderata" visto che La Malfa , se aveva conosciuto quanti erano saliti sulle barricate, conosceva anche quanti avevano , nel corso degli anni a seguire dal suo arrivo a Venezia, assunto posizioni di compromesso o peggio con il regime . Non occorre dire che per me , non ancora universitario ma già giovine repubblicano,quella commemorazione fu una occasione di festa.

E correlativamente un grande sconforto si prova a vedere l’ attuale situazione del PRI

Purtroppo il percorso che ha portato alcuni repubblicani ad aderire al governo del magnate è meno improvviso di quanto possa sembrare; solo che con quell'atto è stato superato ogni limite di decenza. Ma già da tempo i repubblicani avevano cominciato con le aperture ad un liberalesimo dietro cui si nascondeva l'abbandono di quanto lo stesso Ugo La Malfa ricorda nell'articolo meritoriamente ripreso da Novefebbraio. Poi le ripicche, la politica dei risentimenti, e le piccole ambizioni personali hanno fatto precipitare il tutto. Sono convinto che vi possano essere e ci siano liberali fermamente antifascisti e nettamente contrari ad una destra xenofoba, nazionalpopulista ed affaristica come quella attuale; ma credo anche che una scuola politica che è da più di cento anni "l'altro polo della sinistra"non possa cominciare un percorso di svolta, magari inizialmente moderata, a destra solo per aumentare l'audience politica , ad emergere in caso di propositi di questo tipo non sono generalmente i migliori.

 

 

Approfitto del precedente articolo sull’ evoluzione del PCI per un ulteriore riflessione, su un altro sito internet un forumista accomunava l’ evoluzione del PCI alla fola che vorrebbe gli Italiani sempre pronti a tradire gli amici esteri : questa storia degli italiani voltagabbana è piuttosto ridicola. Gli italiani hanno tenuto e tengono individualmente fede agi impegni presi generalmente non molto più e non molto meno di tanti altri cittadini del mondo. Solo che qualcuno vorrebbe far credere che gli impegni presi da un dittatore debbano essere rispettati da chi quella dittatura ha subito prima di tutto con la mancanza di un dibattito pubblico sulla attività di governo e con la mancanza di serie informazioni di quanto accadeva nel mondo. Questo a proposito della sciocchezza dei quaranta milioni di fascisti che diverrebbero , colpevolmente, quaranta milioni di antifascisti. Le dittature non hanno alcun diritto di criticare quanti le abbandonano , i cittadini non possono che essere in credito nei loro confronti.
Quanto al cambiamento della politica del Pci nei confronti dell'Urss parte da più lontano di quanto comunemente non si creda ed è anch'essa non di rado frutto di una serie di conoscenze di cui i cittadini ( in questo caso i comunisti) vengono via via edotti; e non solo i comuni cittadini ma anche fior di intellettuali a cui la verità si svela in determinate circostanze ( si pensi al mutamento di opinione di Silvio Trentin , che comunista non era, ma che nonostante ciò era incorso nell'errore di eccesso di fiducia verso l'Urss, sul così detto "federalismo" della costituzione sovietica) . E poi non dimentichiamo che il movimento comunista italiano è figlio di una storia che è fatta anche di un passato . individuale o familiare, di appartenenza ad un socialismo latino quando non ad ascendenze di socialismo mazziniano. Si pensi alle vicende familiari di importanti comunisti quali Berlinguer, Bruno Trentin , Giorgio Amendola, o di Ingrao che si dice fiero del nonno garibaldino. Un comunismo, e prima un socialismo, quello italiano che già negli  anni venti dibatte in maniera originale ( specie nelle aree di confine) il problema delle vie nazionali con talora influssi attinti all'austromarxismo , ma non di rado alla tradizione democratica ottocentesca della sinistra italiana. Poi , ed a ricordarcelo è un comunista a tutto tondo quale Lenin, è anche vero che i fatti hanno la testa dura , e fatti come la rivoluzione ungherese o l'occupazione di Praga, ma anche le precedenti vicende del nostro confine orientale, non possono essere indifferenti ad una evoluzione che finisce inevitabilmente per ridiscutere di tante altre inevitabili certezze. Ma poi in quale sacro testo rivoluzionario è mai stato scritto che l'internazionalismo si dimostra con la fedeltà ad un paese che ha più di altri usato una egemonia politica al fine di interessi nazionali?
L'accusa di voltagabbana è l'ultimo tentativo di un partito ( poco importa se fascista, comunista od altro ancora) ,che diventa chiesa e carcere, per tenere legati quanti esso stesso per primo ha tradito privandoli di libertà e di verità

 

 

IL PENSIERO ECONOMICO DI UGO LA MALFA

Ugo La Malfa , il mezzogiorno e il ruolo dello stato nell’ economia

Liliana Sammarco, docente  all' università di Palermo e studiosa del liberalesimo ha pubblicato sulla rivista on line Cosmopolis un interessante saggio sul pensiero economico e meridionalista di Ugo La Malfa , l’ articolo è molto lungo , ma ne consigliamo la lettura integrale per gli importanti spunti che suggerisce specie per una politica per il mezzogiorno.
Riportiamo alcuni brani sul tema dell’ intervento pubblico nell’ economia che abbiamo più volte trattato su novefebbraio

  

 

Per La Malfa "democrazia" significava non soltanto un regime di libertà politica, ma anche un certo tipo di governo di un Paese e della società, con responsabilità di adottare e far valere, soprattutto nelle aree territoriali più svantaggiate e depresse, i principi di "giustizia sociale" riguardanti l'equità e il rispetto dei diritti umani, la solidarietà e la coesione economica e sociale. Ciò rappresentava una visione della società italiana nutrita di un complesso valoriale molto ricco che La Malfa attingeva dall'eredità di Mazzini e di Giovanni Amendola, l'ultimo dei grandi uomini di Stato dell'Ottocento italiano. Amendola, nel giugno del 1925, in occasione del Congresso costitutivo dell'Unione nazionale democratica, una organizzazione politica sostenuta dal quotidiano il "Mondo", aveva indicato nel giovane La Malfa l'erede della nuova formazione politica italiana. Quel filo, poi, fu ripreso dallo statista e articolato con riflessioni moderne sulla crisi della democrazia e sul riformismo democratico

Nella storia politica italiana della seconda metà del Novecento, un convincimento valoriale della giovane democrazia fu quello di ritenere che tutti i cittadini avessero il diritto di perseguire individualmente il proprio benessere, la propria felicità. Il principio di "giustizia sociale" si avvalse di due possibili interpretazioni di base: una liberale, secondo cui lo Stato doveva garantire l'unicità dei punti di partenza, affidando al merito e all'impegno individuale la responsabilità di stabilire i punti di arrivo; e l'altra comunista, secondo cui lo Stato doveva garantire l'unicità dei punti di arrivo, perché non tutti i cittadini sarebbero stati dotati di pari opportunità, pur avendo pari diritti.

La concezione socialdemocratica si pose come punto di equilibrio tra i due estremi, dal momento che, partendo dalla impossibilità pratica di garantire l'unicità dei punti di partenza, si assegnava allo Stato il compito di correggere i punti di arrivo con il principio di "giustizia sociale". La Malfa integrò la concezione socialdemocratica con quella liberale, formando una cultura di governo liberaldemocratica. Egli ritenne fondamentale determinare sia la necessità dell'intervento statale per correggere le disparità dei punti di arrivo – disparità consistenti nell'avere dei cittadini di uno stesso Paese destinati a patire in via permanente sorti comparativamente peggiori – sia considerare il carattere economico della libera concorrenza di mercato aperto in Europa, dove lo Stato avrebbe avuto un ruolo dirigista finalizzato al progresso civile e allo sviluppo economico del Paese, per garantire una frontiera minima di benessere per tutti: la dotazione dell'istruzione pubblica, la ricerca scientifica, l'occupazione lavorativa, lo sviluppo ambientale, la tutela della salute e della vecchiaia "protetta", un razionale controllo dei consumi individuali, il welfare "responsabile" di La Malfa. Così lo statista e l'intero gruppo politico dirigente stabilirono, con la firma del Trattato di Roma, nel 1958, l'atto costitutivo del Mercato Comune Europeo.

 

http://www.cosmopolisonline.it/20100715/sammarco.php

A. Di Serio: centro sinistra casa naturale dei repubblicani

Un commento dell' amico "cittadino Archita di Serio"

Giusto ricordare il nonno mazziniano di Enrico Berlinguer. Importanti sono stati i rapporti tra Ugo La Malfa e Giorgio Amendole. Da giovani studiavano alla Ca' Foscari di Venezia ed avevano due miniappartamenti: uno ufficiale dove spesso si... recava la polizia fascista senza mai trovarli ed un altro
dove nell'anonimato abitavano realmente. Ugo La Malfa rimase amareggiato dalla scelta del suo fraterno amico Giorgio Amendola di aderire al PCI, tra l'altro Giorgio Amendola era il figlio del martire antifascista Giovanni della Unione democratica. Memorabili i dibattiti con lo stesso Amendola e con Igrao che l'editrice LA VOCE curò la pubblicazione. Il PRI era il partito della ragione, aclassista, fortemente europeista. Togliatti dette una definizionme abbastanza realistica del PRI: un piccolo partito di massa. Spero di tornare a vedere l'edera nel centro-sinistra, sua "casa" naturale

EDERA ROSSA:conosciamo bene le radici della sinistra

Bene cari amici, complimenti per la ricerca fatta e per il risultato ottenuto; queste cose noi le sapevamo da sempre , anche se molti sembrano essersele dimenticate, come si sono dimenticati che a quelle modifiche in campo comunista contribuì anche la sfida democratica che nei secondi anni sessanta era stata lanciata da Ugo La Malfa e da tutto il Pri di allora.
E' forse il caso di ricordare che se il padre di Enrico Berlinguer era come ricordato un democratico amendoliano, il nonno , anche lui di nome Enrico, era un repubblicano mazziniano. Gira e rigira nell'album di famiglia della sinistra italiana un antenato repubblicano o comunque democratico-risorgimentale finisce molto spesso col venir fuori.
E non sono solo storie private ( come, ad esempio, il nonno garibaldino di Ingrao), ma è un filo rosso, di pensiero e di azione, che lega il repubblicanesimo alle varie, successive, componenti della sinistra italiana.

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