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IL RISORGIMENTO CONTESO

 

 

 Proponiamo una intervista che Massimo Baioni ha rilasciato all' amico Sauro Mattarelli sul numero di aprile del mensile elettronico "SR il senso della repubblica" supplemento del settimanale di cultura scientifica "Heos.it"

 

 

 Abbiamo avuto già modo di segnalare ai nostri lettori Risorgimento conteso. Memorie e usi pubblici nell’Italia contemporanea, un bel libro di Massimo Baioni, pubblicato per le edizioni Diabasis di Reggio Emilia.

 

 

a cura di Sauro Mattarelli

 

Risorgimento conteso

 

Riportiamo un' intervista che Massimo Baioni ha rilasciato all' amico Sauro Mattarelli e apparsa sul numero di aprile del mensile elettronico  "SR il senso della repubblica" supplemento al settimanale di cultura scientifica "Heos.it" 

 

 

Il tema dell’uso pubblico del Risorgimento si ripresenta periodicamente nel dibattito politico e storiografico italiano. Il momento fondante l’Unità italiana è infatti, a tutt’oggi, oggetto di controversie e polemiche interpretative. Massimo Baioni, affermato studioso e docente di Storia contemporanea all’Università di Siena, autore di testi notevoli come Il fascismo e Alfredo Oriani (1988), La "religione della Patria" (1994), ha accettato di rispondere ad alcune domande su questo spinoso problema.

 

 

 

 

 

La contesa sulla memoria del Risorgimento è riconoscibile come un dato costitutivo del confronto politico nelle varie stagioni dell'Italia unita. Si tratta di un passaggio cruciale, dal quale transitano temi quali la legittimazione delle istituzioni e del potere, l’identità della nazione e quella delle singole formazioni politiche (di governo e di opposizione), le forme della loro rappresentazione simbolica. Inoltre, al ricordo e al racconto del Risorgimento ci si è affidati per lungo tempo come veicolo privilegiato di una vasta operazione di nazionalizzazione e di pedagogia civica e patriottica. In questo senso, specialmente nell’Italia a cavallo tra Otto e Novecento, la comunicazione politica dell’immagine del Risorgimento doveva passare necessariamente anche attraverso luoghi della memoria, commemorazioni, feste, monumenti, musei, nomi di patrioti e di eventi immortalati nelle targhe delle piazze e delle vie cittadine. Per la ricerca storica queste fonti costituiscono un osservatorio prezioso: e consentono di esplorare le diverse idee di Risorgimento e di Italia che si sono misurate sul terreno della lotta politica e culturale.

 

 

 

 

Nell’Italia liberale, così come nel ventennio fascista e poi in età repubblicana, un dato ricorrente del "discorso pubblico" è la necessità di proporre una visione ecumenica, rassicurante, unitaria del Risorgimento, calibrata e dosata diversamente a seconda dei periodi storici, in regime monarchico, fascista, repubblicano. L’osservatorio dei manuali scolastici è esemplare, da questo punto di vista. Oppure si pensi al lentissimo processo di rinnovamento espositivo che ha caratterizzato i musei del Risorgimento, veri e propri luoghi di racconto visivo della storia risorgimentale. C’è molta retorica in questa immagine, certo: perché ne esce una raffigurazione di maniera, in cui i contrasti e le divisioni tra personaggi e progetti sono taciuti o comunque trascurati, per lasciare invece spazio al "provvidenziale" sbocco unitario. Ma non basta evidentemente liquidare l’operazione senza interrogarsi sui motivi che ne stanno all’origine: specialmente nella prima fase, quella di epoca liberale, essa rispose all’esigenza di sopperire alle molte fratture e fragilità del Paese con una pedagogia patriottica di facile comprensione e di forte coinvolgimento emotivo (pensiamo a certe pagine risorgimentali di Cuore). E’ significativo, d’altronde, il fatto che il richiamo il Risorgimento sia affiorato puntualmente in tutti i momenti di svolta della storia nazionale (la Grande Guerra, il Fascismo, la Resistenza e la guerra civile, la Repubblica), a conferma del suo peso decisivo nei progetti di costruzione o di ricostruzione dell’identità nazionale.

 

 

 

 

Il fenomeno esiste e penso non vada sottovalutato: riflette un sentire diffuso in certi ambienti della società italiana, che ha trovato le condizioni per uscire allo scoperto in seguito agli smottamenti dei primi anni Novanta. Di fatto, il dato più desolante mi pare la netta scissione che si è aperta tra i risultati della ricerca storica e il più generale dibattito politico, civile e culturale. Da una parte, molte opere (tra cui il recente Annale Einaudi dedicato al Risorgimento, curato da A.M. Banti e P. Ginsborg) hanno riacceso in ambito storiografico un serio e sano confronto di posizioni, che investe temi, fonti, approcci metodologici; dall’altro lato, le critiche al Risorgimento (cui si affiancano non a caso quelle alla Resistenza) sono fondate su un uso spregiudicato e anacronistico del passato, inquadrandosi in una più generale tendenza a ridimensionare i pilastri fondativi della nostra identità. L’ormai imminente 150° anniversario dell’Unità sarà un banco di prova importante per capire se il Risorgimento e i valori che in esso si sono espressi avranno ancora un "futuro" in questa confusa Italia di inizio millennio. L’incertezza e lo scarso impegno dimostrati finora del governo (rimproverati non a caso anche dal presidente emerito Ciampi) non inducono all’ottimismo, specie se sommati agli umori antirisorgimentali di cui si diceva sopra. Ma è lecito augurarsi che vi sia un’inversione di tendenza: o che altre voci sappiano richiamare alla necessità di salvaguardare, fuori di retorica e aggiornato alle nuove sfide del secolo, un patrimonio di storia e di ideali, di simboli e di memorie che sarebbe rovinoso consegnare all’oblio.

 

Dialogo con Massimo Baioni

 

 

Da alcuni versanti si polemizza su alcune presunte distorsioni della storia del Risorgimento: sulla figura di Garibaldi incombe l’aura di un avventuriero inconsapevole e comunque facilmente influenzabile; il ritratto di Mazzini, oscilla tra l’austero padre della patria, il precursore del nazionalismo (fascista) e il profeta del terrorismo. Infine, cresce un "movimento" antirisorgimentale vero e propria teso a ridimensionare l’importanza di quel periodo storico, fin quasi ad eliminarlo dai testi scolastici, o a proporne una visione non certo favorevole…

 

Nel tuo lavoro evidenzi come si trasformi l’idea stessa di Risorgimento nell’Italia unita, poi, successivamente col fascismo (tema sviluppato in un altro tuo bel libro del 2006: Risorgimento in Camicia nera), e, quindi, nell’Italia repubblicana. Non ti chiedo di individuare le differenze, ma, piuttosto, i punti comuni alle varie interpretazioni del Risorgimento.

 

Cominciamo dal titolo e dal sottotitolo. Perché il Risorgimento è conteso? Da chi? Per quale motivo diventa di vitale importanza il controllo della toponomastica, o la vittoria nella "guerra delle celebrazioni" ?

 

il tema e stato idealmente  proseguito nel dibattito dell' Assozione Mazziniana a Bologna del 30 ottobre 2010

 

http://www.novefebbraio.it/avvisi/manifestazione-dell-ami-di-bologna

 

sempre su Ciceruacchio

Da una segnalazione dell' amico Pietro Currò su Facebook
 
Angelo Brunetti, ovvero: Ciceruacchio

Ritratto di un patriota romano

di Claudia Mezzanotte

Una delle figure di maggior spicco, distintasi per coraggio e carisma, capace di radunare ed arringare ingenti masse di individui nella città di Roma, e durante i giorni della Repubblica Romana, è sicuramente quella dell'oste e patriota Angelo Brunetti detto Ciceruacchio.

Nato a Roma nel 1800, nella zona di Campo Marzio, figlio di un maniscalco, fu carrettiere, commerciante di bestiame e foraggi e gestì anche una taverna nei pressi di Porta del Popolo.
Popolano verace e dall'intelligenza assai vivida, dotato di straordinaria capacità dialettica parlava solo il romanesco e proprio per non aver potuto coltivare una formazione culturale personale, derivò anche la sua costante richiesta che nelle politiche di riforme fosse prevista l’istruzione per il popolo.

Non si sa bene come avesse ricevuto il soprannome con cui era conosciuto da tutti i romani (forse dall'originario termine romanesco "ciruacchiotto"che in italiano corrisponderebbe a "grassottello", probabilmente attribuitogli da bambino), e fu particolarmente noto nei pressi del porto di Ripetta, sulla riva sinistra del Tevere.

Sembra che da giovinetto, fosse stato garzone nel Seminario Romano all'Apollinare.
Infatti sulla porta d'ingresso di una piccola stanza sita presso le scale secondarie, vi è scritto a matita "Angelo Brunetti".

Nel 1828 aderì alla Carboneria e cinque anni più tardi entrò a far parte della Giovine Italia.

Nel 1837, durante l’epidemia di colera, si impegnò, per far fronte alla drammatica situazione.

Nel 1846, l'elezione al soglio pontificio del Cardinal Mastai Ferretti, ossia Pio IX, fece sì che Ciceruacchio nel primo periodo di aperture liberali del Pontefice, ne fosse uno dei più strenui sostenitori, tanto che, nel luglio dello stesso anno, durante una manifestazione popolare, ringraziò il Papa per aver concesso la libertà ai detenuti politici e donò alla gente che si era ivi raccolta, alcune botti di vino, accendendo anche un grande fuoco presso Porta del Popolo.
Egli fu spesso organizzatore di queste adunate popolari, al fine di continuare ad esortare Pio IX nella prosecuzione del proficuo cammino di riforme politiche nello Stato Pontificio.
Ciò è testimoniato dal fatto che al Museo della Patria sia conservata la sua giacca rossa, sulla quale è ricamata più volte la scritta "viva Pio IX", prova evidente dei larghi consensi che in quel periodo riscosse il Pontefice.

Nel 1847, Ciceruacchio si schierò anche a favore degli Ebrei, quando Pio IX consentì loro di poter esercitare fuori dal Ghetto le attività commerciali(che prima erano loro precluse), e l'indomito oste, partecipò in prima persona all'abbattimento del muro che occludeva il Ghetto medesimo.

Quando alla fine del 1847 ed agli inizi del 1848, gli elementi più conservatori ebbero il soppravvento all'interno della Curia, divenendo ispiratori di provvedimenti impopolari, Brunetti assunse un atteggiamento di forte e manifesta opposizione nei confronti del Papa, divenendo uno dei più significativi esponenti dell'anticlericalismo.

Ciceruacchio era ormai talmente rinomato, che nel gennaio del 1848 anche la Marchesa Trivulzio Belgioioso, partita da Milano alla volta di Roma per una missione politica per conto di Mazzini, oltre ad incontrare alcuni rappresentanti della nobiltà e della cultura di orientamento liberale, desiderò vedere pure Brunetti, il quale era diventato il più famoso capo-popolo di Roma.

Nel 1849, dopo l'instaurazione della Repubblica Romana, egli si premurò di organizzare il trasporto delle armi e delle munizioni per la difesa del nuovo regime, e si prodigò poi per riuscire a far passare attraverso la morsa francese che stringeva d'assedio la città, bestiame e cibo per la popolazione.
Nel periodo di aspri combattimenti, Brunetti, con l'aiuto dei due figli, realizzò inoltre dei punti di pronto soccorso e di ristoro per coloro che erano impegnati nell'agone della battaglia, e, secondo quanto raccontato da chi ebbe modo di osservarlo, l'infaticabile oste si recò in qualunque luogo potesse esser d'aiuto ai difensori della Repubblica.

Il 2 luglio, una volta cessata la resistenza contro i Francesi, Ciceruacchio insieme ai 2 figli, il primogenito Luigi, e Lorenzo, appena tredicenne, decise di partire da Roma al seguito di Garibaldi diretto verso la rotta veneziana, dove anche lì la Repubblica offriva l'estrema difesa contro l'assedio austriaco.

Durante il viaggio in cui fu stabilito di giungere ad un porto dell’Adriatico per arrivare a Venezia, a causa delle defezioni sempre più numerose all’interno della colonna di uomini al seguito del Generale, tra i cui aderenti figurava anche Ciceruacchio ed i suoi figli, ed essendo circondati ovunque dagli Austriaci, decisero di riparare in territorio sanmarinese, ottenendo asilo ed offerta di mediazione con l’esercito imperiale da parte del governo della Repubblica.
Poiché non vi erano garanzie sul rispetto dei patti da parte austriaca, Garibaldi non accettò, e giunto a Cesenatico con la moglie e 250 compagni, dopo aver disarmato il presidio austriaco, con 13 barche da pesca salparono la notte del 2 agosto alla volta di Venezia.

Le barche, vennero però intercettate dalla flotta austriaca, di cui otto si arresero e le altre cinque, tra cui vi erano anche quelle di Garibaldi e Ciceruacchio, riuscirono a fuggire ed arrivare la mattina del 3 agosto tra Migliavacca e Volano.
Qui i fuggitivi, per poter più facilmente mettersi in salvo, si divisero in gruppi, prendendo vie diverse.

Ciceruacchio, i figli e gli altri compagni, dopo aver vagato alcuni giorni per varie mete ed aver stazionato per qualche dì sull’isola di Ariano, entrarono alla fine nel comune di S.Nicolò, trovando ricovero in una piccola osteria di Cà Farsetti, il cui proprietario era Fortunato Chiarelli detto “Capitin”.

Proprio in questa osteria, su delazione(forse anche ad opera dello stesso Capitin), vennero arrestati da un plotone croato e condotti al comando di Cà Tiepolo.

Il comandante Luca Rokavina, dopo brevi interrogatori, ordinò l’immediata fucilazione di tutto il gruppo, senza alcun processo.
Condotti sulla riva destra del Po, in attesa di essere giustiziati, Ciceruacchio domandò che almeno la vita del figlio minore Lorenzo, potesse esser risparmiata.
Rokavina finse di acconsentire ed invece ordinò di sparare per primo proprio al povero ragazzo tredicenne, che accasciatosi a terra a causa dei colpi ricevuti, venne spietatamente finito dai calci dei fucili dei soldati croati.
Vennero poi uccisi anche gli altri, ed ivi, seppelliti.

Intorno alla mezzanotte fra il 10 e l’11 agosto, perirono in questo eccidio i tre Brunetti ed altri cinque compagni, il prete Stefano Ramorino ed il capitano Lorenzo Parodi, genovesi, Francesco Laudadio di Narni, Gaetano Fraternali e Paolo Bacigalupi entrambi romani come Ciceruacchio ed i figli.
Le spoglie dei patrioti furono divise tra i soldati e vendute ai popolani, e poi per identificare a chi appartenessero i resti, vi furono inizialmente difficoltà, poichè durante gli interrogatori, gli otto compagni avevano dichiarato cognomi falsi(tra l’altro il primogenito di Ciceruacchio aveva mutato il suo nome in Luigi Bossi di Terni, perchè sospettato di essere stato l’esecutore dell’assassinio a Roma del primo ministro del governo pre-repubblicano Pellegrino Rossi) cui si aggiunge il fatto che i soldati croati tentarono vanamente di occultare l’episodio(che venne poi comunque a conoscenza degli abitanti del Polesine, proprio per la presenza degli uomini che scavarono le fosse della sepoltura).

Nel mentre però, questa temporanea incertezza sui loro nomi, fece sì che personaggi di infima lega speculassero sull’episodio, col sordido scopo di estorcere denaro alla povera vedova di Ciceruacchio, promettendole incontri con il marito e gli sventurati figlioli.
Nel frattempo circolavano anche dicerie che i tre Brunetti fossero emigrati in America, o che fossero fra i vivandieri dell'esercito italiano durante la guerra di Crimea del 1854 - 55.

Fin dal 1861, Garibaldi si adoperò perché venissero condotte indagini per individuare le sepolture, ma solo nel 1866, dopo l'unificazione del Veneto all'Italia, il consiglio comunale di S. Nicolò fece trasportare le ossa, raccolte in una sola cassetta, presso il battistero della chiesa di Ca' Venier, dove una lapide ricorda l'avvenimento.

Venne poi deposta anche una croce sul luogo dell’eccidio.

Nel 1879, Giuseppe Garibaldi, il Comune di Roma e la Società Veterani del 1848-49 , espresse il desiderio che i resti dei patrioti venissero uniti agli altri caduti del 1849, e fossero quindi depositati all’interno dell’ossario conservato presso il Gianicolo, a Roma.

Il 9 ottobre del 1879, una Commissione presieduta dal Generale Menotti Garibaldi, con le autorità locali, si recò nella chiesa di Ca' Venier, e raccolta la cassa contenente le ossa, con un battello risalì il Po fino al ponte di chiatte di Corbola, e da qui in mezzo alla folla che si era radunata, salì su alcune carrozze avviandosi verso Adria, accompagnata dalle musiche eseguite dalle bande di tutti i paesi del basso Polesine, con quella adriese in testa.
Una volta giunto ad Adria, il corteo fu accolto festosamente dalla popolazione; arrivato alla stazione ferroviaria, i garibaldini adriesi montarono la guardia alla cassa fino al giorno successivo, quando Menotti e la Commissione ripartirono per Roma salutati da una gran moltitudine di persone desiderose di dare l'ultimo saluto ai poveri resti.

Questa è la storia di Ciceruacchio, che rappresentò, per forza, carattere e per l’attiva partecipazione alla vita politica della sua città, una pietra miliare per i romani, e che mai si risparmiò pur di riuscire a recare il suo aiuto ai difensori ed al popolo, durante la travagliata resistenza della Repubblica Romana.
Le sue spoglie mortali riposano al Gianicolo, accanto a quelle di tutti gli altri combattenti che eroicamente si votarono alla causa della Repubblica medesima, e nell’estremo tentativo di poterne salvare la sopravvivenza, donarono impavidamente la loro esistenza.

 

9 febbraio il personaggio Ciceruacchio

   
 

IL GARIBALDINO "CICERUACCHIO"
Tino Dalla Valle

Uno straordinario personaggio, emerso particolarmente nei giorni della gloriosa Repubblica Romana del 1849, fu Angelo Brunetti, meglio conosciuto come Ciceruacchio. Era figlio di un maniscalco, nato a Roma nel settembre del 1800. Commerciante di bestiame e foraggi, era un popolano autentico di carattere vivacissimo e di notevole intelligenza. Non è chiaro da dove venisse il soprannome che lo distingueva; ma come Ciceruacchio era conosciuto da tutti i romani ed era soprattutto notissimo nella zona del porto di Ripetta, sulla riva sinistra del Tevere.

Ciceruacchio era un cattolico osservante, ma aveva aderito alla Carboneria nel 1828 e cinque anni dopo si era affiliato alla Giovane Italia.

Distintosi fra i sostenitori di Pio IX nel primo periodo liberale del suo pontificato, fece presto a dissociarsi da quel papa quando questi diede al suo pontificato un carattere reazionario antipopolare.

A questo proposito vorrei ricordare che Ciceruacchio si schierò dalla parte degli ebrei nel 1847 quando il Papa consentì loro di esercitare le attività commerciali anche fuori dal ghetto (che sino ad allora erano state proibite) e Ciceruacchio partecipò di persona all'abbattimento del muro che chiudeva appunto il ghetto.

Ma, quando alla fine del 1847 e agli inizi dell'anno successivo gli elementi più retrivi della corte pontificia presero il sopravvento ispirando dure misure antipopolari, Ciceruacchio si schierò apertamente contro la Curia e divenne un punto di riferimento per tutti gli anticlericali, tanto che nel gennaio 1848 la principessa Cristina Trivulzio Belgioioso che si recò da Milano a Roma per una missione politica affidatale da Mazzini, oltre ad incontrare alcuni personaggi della nobiltà e della cultura noti per i loro sentimenti liberali, volle incontrare anche Ciceruacchio che era ormai il più conosciuto capopopolo di Roma. E facile perciò comprendere quale sia stato l'atteggiamento di Ciceruacchio durante la breve esperienza della Repubblica Romana del 1849. Egli organizzò trasporti di armi e munizioni per i difensori della Repubblica e si preoccupò di far passare attraverso le maglie dell'assedio che stringeva Roma, bestiame e cibi per la popolazione affamata.

Non rifarò qui la storia della Repubblica Romana che è ben conosciuta; ma voglio ricordare come Ciceruacchio, aiutato dai due figli Luigi e Lorenzo, organizzò anche infermerie e punti di ristoro per i combattenti e, secondo la testimonianza di chi lo vide in quei giorni, Ciceruacchio era dappertutto, ovunque si potesse aiutare lo sforzo dei difensori della Repubblica.

Quando Garibaldi, la sera del 2 luglio lasciò a Roma - dove ormai era cessata la resistenza contro l'assalto dei francesi - per dirigersi verso Venezia insorta, che ancora resisteva all'assedio austriaco, i tre Brunetti seguirono la Legione e furono con Garibaldi anche all'uscita da San Marino, diretti a Cesenatico per imbarcarsi verso Venezia nella notte del 31 luglio 1849. Bloccata la flottiglia garibaldina al largo di Punta Maestra, come è ben noto, Angelo Brunetti  "Ciceruacchio" con il figlio Luigi, che era sospettato dell'uccisione di Pellegrino Rossi, ed il giovanissimo Lorenzo di appena 13 anni si unirono ad un piccolo gruppo di sbandati i quali vagarono disordinatamente per alcuni giorni nella zona del Delta fra persone infide che segnalarono agli austriaci la loro presenza.

Catturati il 10 agosto dai croati comandati dal tenente Luca Rokavina furono fucilati la notte stessa senza alcun processo. Allineati sulla golena dell'argine destro del Po di Tolle, mentre i soldati caricavano i fucili, Ciceruacchio chiese che fosse risparmiato il figlio Lorenzo, ancora tanto giovane. Il tenente Rokavina finse di aderire e invece ordinò di sparare prima a Lorenzo che, caduto a terra per le ferite ricevute, fu finito dai croati con i calci dei fucili. Poi furono fucilati gli altri e malamente sepolti nel luogo della esecuzione.

L'episodio fu subito conosciuto nei paesi del Polesine perchè erano presenti gli uomini che scavarono le fosse, ma ci fu confusione sulle persone dei fucilati poichè Angelo, Lorenzo e Luigi Brunetti avevano dato cognomi falsi nei brevi interrogatori cui tutti erano stati sottoposti. L'atto di morte figura nella "cronistoria" della chiesa di San Nicolò che e la parrocchia di Cà Venier, allora in Comune di Porto Viro, oggi di Porto Tolle. Don Sante Manzetto, attuale parroco di Cà Venier custodisce il quaderno manoscritto di quella cronistoria. La grafia e la firma sono quelle di don Marco Sarto, parroco di quell'epoca.

Il documento dice infatti:

Lì, 11 agosto 1849
Per ordine dell' I. R. Comando Militare, stazionato in Cà Tiepolo sino dai primi giorni del p.p. Maggio, alle ore 12 e mezzo della scorsa notte vennero ivi fucilati, e sepolti nel luogo della eseguita fucilazione i seguenti individui:


1. Ramorino O. Stefano, Sacerdote Genovese
2. Parodi Lorenzo,  Genovese
3. Lodadio Francesco, Romano
4. Fraternali Gaetano, Romano
5. Bossi Luigi, Romano
6. Baciagalussa Paolo, Romano
7. Bellazzi Angelo padre
8. Bellazzi Lorenzo figlio, Romani


A causa di quei cognomi alterati (che i tre Brunetti avevano dichiarato per non farsi riconoscere), non si ebbe subito la certezza della morte di Ciceruacchio e dei suoi figli, oltre che degli altri loro compagni; anche perchè i croati cercarono invano di tenere nascosto l'episodio sul quale solo assai più tardi è stata fatta piena luce, soprattutto per opera di studiosi locali. Queste incertezze sui nomi consentirono ad alcuni ignobili speculatori di estorcere denaro alla moglie di Ciceruacchio con la promessa di farle incontrare il marito e i figli, mentre circolavano voci che Ciceruacchio ed i suoi figli fossero emigrati in America o che, addirittura, fossero fra i vivandieri dell'esercito italiano alla guerra di Crimea del 1854 - 55. Oggi i loro resti sono nell'ossario del Gianicolo, sotto il monumento che custodisce la memoria degli eroici difensori della Repubblica Romana.

Si concluse così la gloriosa avventura del Ciceruacchio e dei suoi figli, mentre le mondine delle risaie tra i rami del Delta del Po cantavano una filastrocca di origine popolare ispirata dal tradimento di cui gli otto garibaldini (ma allora pareva solo sette) erano stati vittime. Essa diceva:

"Fiol d'un can d'un Pelli / che t'ha tradì chi sette / in mezzo a ghiera un prete / e el fiol del dotor"

 

Edera Rossa: Alcuni anneddoti sul "Moro" di Garibaldi

L' amico Edera Rossa prende spunto dall' articolo su Aguyar, il Moro di Garibaldi, per alcuni anneddoti , ma non manca "in caude" di una qualche attualizzazione 

Quello della battaglia di Velletri fu proprio un gran brutto quarto d'ora per Garibaldi.
Con Aguyar. e qualche altro, si era messo con i cavalli di traverso per bloccare la fuga, dinnanzi alla cavalleria borbonica,.
Erano cavalli ancora poco addestrati e condotti da giovani volontari che , incapaci di trattenere i loro animali, finirono con il rovesciare Garibaldi e , come scrisse Garibaldi, "il prode Aguyar. Accorse  assieme ad alcuni aiutanti. ( che vien da supporre non siano stati a loro volta a cavallo) Fattistà che si formò un grumo di cavalli e cavalieri incapaci di rialzarsi e su cui si gettò l'inseguitrice cavalleria borbonica. Fortunatamente intervennero alcuni volontari che si erano annidati fra dei vicini vitigni che presero di mira i cavalieri borbonici che finirono con l'abbandonare l'impresa. Accorsero anche dei ragazzi , più o meno dodicenni, che si gettarono coraggiosamente sul gruppo di Garibaldi per tirarli fuori da quella massa che l'aveva investito.
E Garibaldi riconobbe che fu anche grazie a quei ragazzi , che ne venne fuori vivo e  si accorse che, quasi miracolosamente, non aveva nessun osso rotto. Ma i soldati borbonici erano convinti che fosse caduto a terra morto e quando lo videro ricomparire dopo un paio di giorni dissero che era un sosia che era stato messo a posta per non far cadere lo spirito delle truppe a difesa della repubblica.
 Ed incominciarono a dire che Anita si teneva anche il sosia , tanto con il suo passato non era da meravigliarsi ( sembra impossibili quanto i reazionari non sappiano far a meno di inventarsi fantasie sulle mogli d'altri o , come con le coraggiose infermiere della repubblica romane, con quelle donne che appoggiano le forze di progresso) ) .
E fu in quella circostanza che ad opera dei soldati borbonici cominciò la storia dell'orecchio che a Garibaldi sarebbe mancato a causa di episodi poco edificanti che variarono a seconda dello scorrere degli anni e della identità dei novellatori; buoni ultimi gli attuali leghisti e neoborbonici.
 Peccato che il giornalista Stella abbia ricordato l'esistenza di una foto di Garibaldi che smentisce queste leggende e peccato che vi sia anche , mi permetto di aggiungere, la memoria, da parte di un sudamericano, di una ferita all'orecchio destro di Garibaldi che fu curata alla presenza dello stesso . Cosa che toglierebbe ogni credibilità alla ipotesi di un orecchio tagliato durante una rissa in una casa di tolleranza nel corso di un viaggio di quando doveva ancora partire per il Sud America.
 Quanto al povero Aguyar sulla cui stessa morte si ebbero due versioni ( si disse anche che sarebbe morto mentre stava aiutando Garibaldi a salire a cavallo, mentre ormai si propende per l'idea che morì non in presenza di Garibaldi, mentre Garibaldi apprese la notizia della sua morte mentre stava salendo a cavallo ,e da qui forse l'equivoco) , credo sia da dire che certamente doveva essere trattato da Garibaldi come uno dei suoi più cari amici, solo un amico sicuro di non incorrere nella disaprovazione dell'eroe, si sarebbe , del resto , potuto permettere di far salire sul cavallo di Garibaldi un giovine stalliere di casa Torlonia, come fece Aguyar probabilmente che non solo si dovevano rompere le barriere tra le razze ma anche fra ceti , e anche la persona più umile poteva fare ciò che non era cosa possibile neanche ai possenti: salire sul cavallo di Garibaldi.
P.S. : Di cavalli di Garibaldi non mancano certamente le piazze italiane, peccato che a volerlo far scendere da quei cavalli vi siano ancora dei somari , leghisti e neoborbonici . Ma meriterebbero di essere trattati peggio del somaro che Garibaldi aveva a Caprera ( anche se gli aveva dato il nome di Pio Nono, ed ad offendersi non poteva essere altri che il somaro) poichè esso era trattato con quell'umanità verso gli animali che seppe sempre dimostrare quello che fu il primo presidente dell'ente che diverrà l'E.N.P.A .
 

EDERA ROSSA

Aguyar con Garibaldi: un "extracomunitario per l'Italia"

Aguyar, un “extracomunitario” al fianco di Garibaldi

Scritto da il 19 gennaio 2012

 

Andrea Aguyar Aguyar, un extracomunitario al fianco di GaribaldiP

Probabilmente oggi non riusciamo a capire che, nonostante l’estrazione sociale, un individuo con i soli sogni di libertà e giustizia può entrare a far parte dei libri di Storia. Nel nostro tempo accedere a quella élite, significa avere soldi, tanti soldi da accumulare che servono a raggiungere notorietà e potere. Bisogna dire che, la Storia, è una costruzione fatta a tavolino da uomini che hanno l’obbligo di “difendere” la patria da eventi e turbolenze esterne. Quindi, a volte, per gli storici è meglio non parlare di certe cose. Ci sono tabù e dogmi da non sfatare.

Nelle lotte di Giuseppe Garibaldi, conosciamo numeri e fatti ma pochi ricordano i personaggi che lo hanno accompagnato durante le sue avventure. In loro, non c’erano strane idee, nessuno aveva l’ambizione di conquistare il mondo o sedersi in un tavolo e spartirsi la fetta di terra conquistata. Austriaci, Francesi, Spagnoli, mezza Europa metteva le mani sulla penisola italiana. In quella piccola terra moribonda, da Nord a Sud, scorreva una vena colma di persone umili e sincere. Analfabeti, ma con un cuore grande che non riusciamo a immaginare. Lì in mezzo, c’era anche un ex schiavo. Uno straniero. Sotto la camicia rossa, segno distintivo scelto da Garibaldi quando scelse di difendere la Repubblica uruguayana, c’era un omone di pelle nera.

Andrea Aguyar era figlio di schiavi uruguayani di origine africana, un elemento fondamentale della nascita e dello sviluppo delle colonie europee delle Americhe come lo furono tanti altri deportati.  Era uno schiavo e lo rimase fino a quando in Uruguay non venne abolita la schiavitù in seguito alla guerra civile del 1838. Non scendeva a compromessi e non sognava di diventare un eroe miliardario, era uno dei tantissimi figli della tratta atlantica.

In quei giorni d’assedio, Aguyar conobbe Garibaldi, un uomo bianco che combatteva la schiavitù. Quando l’italiano tornò in Europa nel 1848, Aguyar lo seguì. Tra di loro nacque una splendida amicizia, dimenticata dai libri di Storia, chissà per quale motivo. Spesso, è proprio questo aspetto umano di alcuni personaggi che la storia non riesce a ricostruire aldilà delle vicende importanti. Invece, sono proprio questi gli aspetti importanti che un alunno dovrebbe sapere e non la semplice data di una battaglia. Fu una grande amicizia, comunque subordinata da parte di Andrea che, con il suo passato da schiavo, si poneva quasi come il servitore di Garibaldi. Nel tempo in cui nacque questo legame, la società di allora, non favoriva il rapporto a causa delle “diversità” sociali tra i due. C’erano dei limiti invalicabili. I pregiudizi del tempo, e a volte ancora presenti, ostacolavano il considerarsi alla pari tra esseri umani. Nonostante queste forzature, questa forte amicizia sbocciò e Aguyar sbarcò in Italia.

L’uruguayano rimase al fianco di Garibaldi sin dalle fasi iniziali della prima guerra di indipendenza italiana, partecipando alle vittorie di Luino e Morazzone. Durante la sua permanenza nella futura capitale d’Italia, arrivò l’ondata di attenzione mediatica internazionale a questo omone che difendeva la Repubblica Romana. Molti giornalisti erano curiosi e scrivevano di questo “esotico” personaggio, unico tra tutti. Oggi, lo abbiamo un pò abbandonato e posto nel dimenticatoio. Non compare nei libri di scuola e nei racconti “eroici” di quelle vicende. Secondo le fonti, Aguyar, salvò più volte la vita di Garibaldi, come durante la battaglia di Velletri contro i soldati borbonici del Regno delle Due Sicilie, quando difese il generale caduto da cavallo e in pericolo.

L’ex schiavo morì nel 1849 proprio mentre difendeva Roma dai Francesi. Quattro giorni dopo l’arrivo di Anita Garibaldi, precisamente il 30 giugno, fu colpito da una bomba nei pressi di Santa Maria in Trastevere. Pieno di sangue, e con l’ultimo filo di voce, riuscì a gridare: “Viva le repubbliche d’America e di Roma!”.

Aguyar era un immigrato che combatteva per la nostra libertà, per rendere reale il sogno di Garibaldi e milioni di italiani. La piccola Repubblica Romana nata nel 1849 durò appena 5 mesi a causa dell’intervento militare di Napoleone III, che ristabilì l’ordinamento pontificio. Questa esperienza non fu insignificante, fu  importante nella storia dell’unificazione italiana. In quei pochi mesi, Roma passò dalla condizione arretratezza ad un paese ricco di idee democratiche. Nelle strade si parlava di libertà, di suffragio universale, abolizione della pena di morte e la libertà di culto, che poi sarebbero diventate realtà in Europa solo un secolo dopo. In quel pezzo di futura Italia c’era anche Aguyar, ma ben poca memoria resta. Nonostante le sue vicende, non si capisce perché il busto dell’uruguayano non è presente tra le statue e i monumenti del gianicolo. Il suo nome compare solamente in una scalinata non lontano da dove fu ucciso e porta il nome di “Andrea il moro”.

Nel 2012 in Italia ci sono tanti Aguyar che combattono ogni giorno per migliorare il paese dove sono residenti. Le loro mani, le loro tasse e le loro idee possono solo arricchire il Paese, ma qualcuno ancora non lo vuole capire e continua ad uccidere Aguyar, l’immigrato e amico di Garibaldi che aiutò l’Italia a nascere.

http://www.dirittodicritica.com/2012/01/19/garibaldi-patria-andrea-aguyar-33380/

 

I DOVERI COME FONDAMENTO DELL’UNITA’ NAZIONALE ED EUROPEA

Da " il senso della Repubblica gennaio 2012", la segnalazione di un opera sul risorgimento,

 

I DOVERI COME FONDAMENTO DELL’UNITA’ NAZIONALE ED EUROPEA
Proponiamo una pagina del volume di Marco Severini, Piccolo, profondo Risorgimento, Macerata, Liberilibri, 2011, pp. 191, euro 15.00.
Il testo propone una agile rassegna di figure del nostro Risorgimento quasi sempre assenti nei libri di storia. Sullo sfondo: l’insegnamento dei maestri, Mazzini in primis, metabolizzato come fondamentale collante dell’unità nazionale.

“Spettava ai repubblicani europei, che in nome di Dio e dell’umanità si battevano per realizzare il principio di associazione in ogni nazione e ta i popoli, imprimere una svolta, sostituendo a una società individualistica e materialistica, tutta incentrata sui diritti, un’altra regolata dall’accettazione di una legge generale, di una norma superiore, il dovere, che derivava dalla missione che Dio aveva assegnato a ciascun popolo:
     «il diritto [scriveva Mazzini] è fede nell’individuo; il Dovere è fede comune, collettiva. Il diritto non può che ordinare la resistenza, distruggere, non fondare: il Dovere edifica e associa; scende da una legge generale, laddove il primo non scende che da una volontà. […]»
    Inoltre, mentre il diritto uccideva il sacrificio, cancellava dal mondo il martirio e non racchiudeva in sé la necessità del progresso, in quanto erano gli interessi individuali a farla da ‘dominatori’, da una società costruita attorno all’adempimento dei doveri – oltre che sull’esercizio dei diritti – sarebbe derivato il progresso.
Guardando al futuro, Mazzini intendeva liberarsi dal peso della rivoluzione francese e, accogliendo il principio storico del progresso, era convinto che quest’ultimo avrebbe portato ad una moderna democrazia rappresentativa.
Quest’esigenza dio creare un nuovo tessuto connettivo nella società moderna, questa prevalenza del dovere sul diritto acquistava un particolare rilievo in quei contesti, come quello italiano, in cui la rivoluzione democratica diveniva un tutt’uno con la rivoluzione nazionale e nei quali, dunque, solo l’accettazione di una norma di fede poteva far accettare il sacrificio personale in nome di un progetto nazionale.
La contraddizione e la difficoltà a conciliare la libertà dell’individuo con l’idea di un fine assoluto veniva risolta da Mazzini attraverso l’educazione, cioè attraverso un’opera di pedagogia collettiva che ‘avrebbe armonizzato le opinioni e le volontà di ciascuno con le ragioni del nuovo ordine sociale’.
L’età dell’individualismo cedeva il passo a quella dell’associazione che, nell’interesse del bene collettivo, collegava i diritti individuali ai doveri.

150 anni dopo: il Risorgimento oggi

Da un nuovo  numero (di agosto) del mensile elettronico "SR il senso della repubblica" supplemento del settimanale di cultura scientifica "Heos.it"  proponiamo un articolo dell' amico Mattarelli

In occasione delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità italiana annotiamo, senza troppo stupore, che gli eventi che hanno condotto all’unificazione del Paese sono posti in discussione e, da alcuni settori governativi, addirittura visti come una iattura. Il federalismo, un secolo e mezzo fa considerato uno dei possibili mezzi per unire l’Italia, oggi è il grimaldello capace di separare il Nord dal Sud. Mazzini e Garibaldi vengono ormai presentati come macchiette anche da storici “autorevoli” che non disdegnano di rispolverare tutti i luoghi comuni denigratori con cui le logore aristocrazie europee dell’Ottocento cercarono di indebolirne l’immagine di fronte all’opinione pubblica.
Vediamo di comprendere. Il Risorgimento, così come già l’Illuminismo e alcuni dogmi della Rivoluzione francese, avevano posto in primo piano la separazione dei poteri (esecutivo, legislativo, giudiziario), sottolineato il ruolo della legge come mezzo di coesione sociale, declinato una morale basata sull’eguaglianza dei diritti, senza la rinuncia alla proprietà privata e a una libertà concepita non solo in forma “privatistica”, ma come mezzo di elevazione, di miglioramento generale attraverso l’emulazione. La democrazia laica prevedeva la tolleranza delle fedi e il rispetto dei diritti umani come valori universali.
Ora questi valori non sono più riconosciuti. L’etica dei diritti presupponeva una pratica dei doveri oggi scomparsa dalla cultura pubblica e privata. Nell’età della società liquida e del “nuovo Medioevo automatizzato” prevalgono nuovamente le logiche dei clan, del vassallaggio, delle mafie, delle caste, dei sultanati. I più lucidi teorici politici parlano, non a sproposito, di nuove forme di servitù, schiavitù, dipendenza. Alle catene di ferro si sono sostituite non meno robuste catene psicologiche, telematiche. Il controllo della ricchezza passa dal controllo delle risorse, ma soprattutto, dell’informazione e del “sapere”. In base a questa logica, intere moltitudini, in pochi decenni, stanno regredendo a stadi di neoanalfabetismo di ritorno, che non risparmia   diplomati e laureati. In tal modo risulta notevolmente facilitata la sorveglianza su tutti i nostri movimenti e l’influenza sulle nostre decisioni, perché ogni persona è venuta a trovarsi improvvisamente sola, incapace di organizzarsi e senza punti di riferimento. Il fantasma della libertà individuale costituisce il presupposto per la riduzione allo stato di servi di milioni di ex cittadini. 
Per questo motivo la celebrazione dell’Unità d’Italia e del Risorgimento rischia di ridursi a vuota liturgia: perché i valori che costituirono il fondamento dei movimenti che diedero luce a quel periodo storico (liberalismo, repubblicanesimo, socialismo e cristianesimo sociale) sono sconfitti dalle logiche mafiose, familistiche, di casta che permeano anche lo Stato.
Il sospetto è che il “caso italiano”, dipinto dalla cronaca politica, costituisca non una eccezione, ma l’avanguardia di un processo che sta dilagando a livello planetario. Il rispetto della legge non solo non vale per “il più forte”, ma viene di fatto irriso come pratica obsoleta, in nome di un efficientismo invocato ma, in realtà, bloccato da una burocrazia assurda che altro non è che l’altra faccia della medaglia che vede il sistema legislativo ridotto a una miriade di grida manzoniane contraddittorie e spesso insensate, capaci solo di dar lavoro e garanzie agli Azzeccagarbugli che operano per il principe di turno. In altri termini: si è ridotta la legge a una condizione di impraticabilità per poterla violare impunemente e per poter creare la condizione in cui l’ordine sia assicurato dai “bravi” e dai “padrini”. Se ancora esiste un sussulto morale in qualche lembo della società si dovrà tener conto di questa assurda “filosofia dominante” che ha inquinato e forse segnato indelebilmente la politica.
Nessuna sorpresa, dunque, se oggi Mazzini viene presentato come un terrorista, utopista e menogramo, con forti problemi psicologici, precursore di un antistorico e pericoloso nazionalismo; se Cattaneo appare come colui che lottò per mantenere la penisola divisa in sette staterelli; se Garibaldi viene dipinto come uno sprovveduto guerrigliero strumentalizzato da un astuto uomo con pochi scrupoli come Cavour. Sono le stesse tesi che i parrucconi e i sultani di Centocinquant’anni fa propagavano in tutta Europa per dare gattopardescamente modo ai soliti furbi di mantenere il potere non importa se con Franceschiello, coi Savoia, col Papa o con una Repubblica che di repubblicano mantenesse solo la forma. 
 

Edera Rossa : 150 anni di unità e commemorazioni ufficiali

Una delle critiche più diffuse, di cui possiamo leggere anche in questi giorni, nei confronti dell'Unità italiana è quella che in realtà vi sarebbe una storiografia ufficiale completamente asservita ( a chi poi? ) , mentre non viene dato spazio alla così detta storia vera , che sarebbe quella delle tante voci antiunitarie , dai filoborbonici ai nostalgici del Lombardo.Veneto, dai filolorena ( per la verità pochini), ai filopapalini ( il peggio non è mai morto)
 Ebbene, mi chiedo che, fatte salve le iniziative dirette alle scuole, non è che si rischi di confermare l'idea che i fautori dell'unità italiana trovino il loro ambito solo nella ufficialità e non accettano la sfida con i veri, e per lo più presunti, storici "alternativi" ?
 Non sarebbe il caso che storici anche importanti accettassero di scendere, con la loro mole di dati, in polemica diretta od indiretta con queste mezze verità che stanno devastando, ormai da parecchio tempo, l'idea che il cittadino medio ha del Risorgimento?
E lo dico pur convinto , come noi repubblicani sappiamo da sempre, che la storia non è stata soltanto quella narrata dai cantori di casa Savoia , una mistificazione che ci ha visto da sempre in prima fila a partire dai nostri Mazzini, Garibaldi e Cattaneo.
 Credo che sia però diverso da un parte dibattere su modi con i quali la nostra Unità fu realizzata dall’ altra contestare le ragioni stesse dell'Unità.
Credo dobbiamo difendere le ragioni di una Unità che si trovano ben chiare nello stesso Inno di Mameli. Gli uomini che fecero l'unità italiana erano ben consapevoli dei rischi delle divisioni ed era la storia passata ad insegnarlo , oltre ad una visione europea che faceva capire come il "piccolo è bello " potesse valere , anche allora, solo per alcune determinate realtà.
Ed inoltre non possiamo non osservare come i nostalgici dei piccoli stato preunitari ( spesso descritti in termini non corrispondenti a realtà) continuino ad immaginare una storia che, che senza la svolta unitaria impressa da democratici e liberali , sarebbe rimasta cristallizzata senza che le grandi potenze smettessero di fare il loro "grande gioco" su un paese che avrebbe finito per non potersi nemmeno scegliere chi avere per padrone. Ed i segni di quei movimenti volti a fare una "politica del carciofo" non piemontese , ma da parte di potenze estere erano , per chi sapeva vedere, già ben visibili.
Certamente se quella che ci apprestiamo a celebrare non è stata l'unità sperata dai democratici , lo si deve anche alle colpa delle classi dirigenti antiunitarie abilissime ad arricchirsi col nuovo stato così come  nel mandare i poveri diavoli a farsi massacrare per combatterlo.
 Questo per capire quale sarebbe stato il destino dei ceti più deboli con Borboni e Stato pontificio. Quanto al come gli Asburgo trattassero il Lombardo Veneto , mi rimetto non ad un filosabaudo ma ad un convinto federalista come il Cattaneo che, se pur in genere dubbioso dei vantaggi delle guerre, aderì ai moti di Milano non solo perchè tirato dalla giacca dai suoi discepoli , ma perchè non ne poteva più della dominazione austriaca, così come fu favorevole anche alla guerra del 1866 sia pur condotta di Savoia. Per non parlare delle ragioni dei veneziani che sopportarono , nella speranza di allontanare l'Austria, quanto nessun altro paese europeo avrebbe sopportato
E’ interessante infine notare come una delle ragioni del (per alcuni versi deleterio) accentramento statale postunitario ( che fu non data per scontata neanche dai moderati) sia stata, oltre il problema delle insurrezioni al Sud; anche l’ idea , portata avanti anche e forse soprattutto da amministrativisti di origine meridionale . che il Sud non fosse in grado di gestire le autonomie. E questo fino quella grande figura di studioso del diritto amministrativo che fu V.E. Orlando.
Diversa era la visione del meridionalismo democratico , che però aveva subito la strage di una futura classe dirigente ad opera di Re Bomba nell Napoli del 1848. (i fatti di via Toledo) .
Diverso discorso va fatto per la Sicilia dove le forze democratiche erano più consistenti. Ma per i liberali filosabaudi stretti fra democratici e ribellismo filoborbonico , anche i democratici sud continentale costituivano un problema e concedere l'autonomismo voleva dire aprire una pagina che non sarebbero stati loro a scrivere.
 
Per questo credo che, in alternativa od a fianco ai convegni preziosi per chi già conosce, sarebbe opportuno che uomini di studi scendessero anche nell'arengo della polemica , che , a ben guardare, è poi l'arengo della Storia.
 
EDERA ROSSA
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