IL RISORGIMENTO CONTESO
Proponiamo una intervista che Massimo Baioni ha rilasciato all' amico Sauro Mattarelli sul numero di aprile del mensile elettronico "SR il senso della repubblica" supplemento del settimanale di cultura scientifica "Heos.it"
Abbiamo avuto già modo di segnalare ai nostri lettori Risorgimento conteso. Memorie e usi pubblici nell’Italia contemporanea, un bel libro di Massimo Baioni, pubblicato per le edizioni Diabasis di Reggio Emilia.
a cura di Sauro Mattarelli
Risorgimento conteso
Riportiamo un' intervista che Massimo Baioni ha rilasciato all' amico Sauro Mattarelli e apparsa sul numero di aprile del mensile elettronico "SR il senso della repubblica" supplemento al settimanale di cultura scientifica "Heos.it"
Il tema dell’uso pubblico del Risorgimento si ripresenta periodicamente nel dibattito politico e storiografico italiano. Il momento fondante l’Unità italiana è infatti, a tutt’oggi, oggetto di controversie e polemiche interpretative. Massimo Baioni, affermato studioso e docente di Storia contemporanea all’Università di Siena, autore di testi notevoli come Il fascismo e Alfredo Oriani (1988), La "religione della Patria" (1994), ha accettato di rispondere ad alcune domande su questo spinoso problema.
La contesa sulla memoria del Risorgimento è riconoscibile come un dato costitutivo del confronto politico nelle varie stagioni dell'Italia unita. Si tratta di un passaggio cruciale, dal quale transitano temi quali la legittimazione delle istituzioni e del potere, l’identità della nazione e quella delle singole formazioni politiche (di governo e di opposizione), le forme della loro rappresentazione simbolica. Inoltre, al ricordo e al racconto del Risorgimento ci si è affidati per lungo tempo come veicolo privilegiato di una vasta operazione di nazionalizzazione e di pedagogia civica e patriottica. In questo senso, specialmente nell’Italia a cavallo tra Otto e Novecento, la comunicazione politica dell’immagine del Risorgimento doveva passare necessariamente anche attraverso luoghi della memoria, commemorazioni, feste, monumenti, musei, nomi di patrioti e di eventi immortalati nelle targhe delle piazze e delle vie cittadine. Per la ricerca storica queste fonti costituiscono un osservatorio prezioso: e consentono di esplorare le diverse idee di Risorgimento e di Italia che si sono misurate sul terreno della lotta politica e culturale.
Nell’Italia liberale, così come nel ventennio fascista e poi in età repubblicana, un dato ricorrente del "discorso pubblico" è la necessità di proporre una visione ecumenica, rassicurante, unitaria del Risorgimento, calibrata e dosata diversamente a seconda dei periodi storici, in regime monarchico, fascista, repubblicano. L’osservatorio dei manuali scolastici è esemplare, da questo punto di vista. Oppure si pensi al lentissimo processo di rinnovamento espositivo che ha caratterizzato i musei del Risorgimento, veri e propri luoghi di racconto visivo della storia risorgimentale. C’è molta retorica in questa immagine, certo: perché ne esce una raffigurazione di maniera, in cui i contrasti e le divisioni tra personaggi e progetti sono taciuti o comunque trascurati, per lasciare invece spazio al "provvidenziale" sbocco unitario. Ma non basta evidentemente liquidare l’operazione senza interrogarsi sui motivi che ne stanno all’origine: specialmente nella prima fase, quella di epoca liberale, essa rispose all’esigenza di sopperire alle molte fratture e fragilità del Paese con una pedagogia patriottica di facile comprensione e di forte coinvolgimento emotivo (pensiamo a certe pagine risorgimentali di Cuore). E’ significativo, d’altronde, il fatto che il richiamo il Risorgimento sia affiorato puntualmente in tutti i momenti di svolta della storia nazionale (la Grande Guerra, il Fascismo, la Resistenza e la guerra civile, la Repubblica), a conferma del suo peso decisivo nei progetti di costruzione o di ricostruzione dell’identità nazionale.
Il fenomeno esiste e penso non vada sottovalutato: riflette un sentire diffuso in certi ambienti della società italiana, che ha trovato le condizioni per uscire allo scoperto in seguito agli smottamenti dei primi anni Novanta. Di fatto, il dato più desolante mi pare la netta scissione che si è aperta tra i risultati della ricerca storica e il più generale dibattito politico, civile e culturale. Da una parte, molte opere (tra cui il recente Annale Einaudi dedicato al Risorgimento, curato da A.M. Banti e P. Ginsborg) hanno riacceso in ambito storiografico un serio e sano confronto di posizioni, che investe temi, fonti, approcci metodologici; dall’altro lato, le critiche al Risorgimento (cui si affiancano non a caso quelle alla Resistenza) sono fondate su un uso spregiudicato e anacronistico del passato, inquadrandosi in una più generale tendenza a ridimensionare i pilastri fondativi della nostra identità. L’ormai imminente 150° anniversario dell’Unità sarà un banco di prova importante per capire se il Risorgimento e i valori che in esso si sono espressi avranno ancora un "futuro" in questa confusa Italia di inizio millennio. L’incertezza e lo scarso impegno dimostrati finora del governo (rimproverati non a caso anche dal presidente emerito Ciampi) non inducono all’ottimismo, specie se sommati agli umori antirisorgimentali di cui si diceva sopra. Ma è lecito augurarsi che vi sia un’inversione di tendenza: o che altre voci sappiano richiamare alla necessità di salvaguardare, fuori di retorica e aggiornato alle nuove sfide del secolo, un patrimonio di storia e di ideali, di simboli e di memorie che sarebbe rovinoso consegnare all’oblio.
Dialogo con Massimo Baioni
Da alcuni versanti si polemizza su alcune presunte distorsioni della storia del Risorgimento: sulla figura di Garibaldi incombe l’aura di un avventuriero inconsapevole e comunque facilmente influenzabile; il ritratto di Mazzini, oscilla tra l’austero padre della patria, il precursore del nazionalismo (fascista) e il profeta del terrorismo. Infine, cresce un "movimento" antirisorgimentale vero e propria teso a ridimensionare l’importanza di quel periodo storico, fin quasi ad eliminarlo dai testi scolastici, o a proporne una visione non certo favorevole…
Nel tuo lavoro evidenzi come si trasformi l’idea stessa di Risorgimento nell’Italia unita, poi, successivamente col fascismo (tema sviluppato in un altro tuo bel libro del 2006: Risorgimento in Camicia nera), e, quindi, nell’Italia repubblicana. Non ti chiedo di individuare le differenze, ma, piuttosto, i punti comuni alle varie interpretazioni del Risorgimento.
Cominciamo dal titolo e dal sottotitolo. Perché il Risorgimento è conteso? Da chi? Per quale motivo diventa di vitale importanza il controllo della toponomastica, o la vittoria nella "guerra delle celebrazioni" ?
il tema e stato idealmente proseguito nel dibattito dell' Assozione Mazziniana a Bologna del 30 ottobre 2010
http://www.novefebbraio.it/avvisi/manifestazione-dell-ami-di-bologna
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sempre su Ciceruacchio
Da una segnalazione dell' amico Pietro Currò su Facebook
9 febbraio il personaggio Ciceruacchio
IL GARIBALDINO "CICERUACCHIO"
Tino Dalla Valle
Ciceruacchio era un cattolico osservante, ma aveva aderito alla Carboneria nel 1828 e cinque anni dopo si era affiliato alla Giovane Italia.
Distintosi fra i sostenitori di Pio IX nel primo periodo liberale del suo pontificato, fece presto a dissociarsi da quel papa quando questi diede al suo pontificato un carattere reazionario antipopolare.
A questo proposito vorrei ricordare che Ciceruacchio si schierò dalla parte degli ebrei nel 1847 quando il Papa consentì loro di esercitare le attività commerciali anche fuori dal ghetto (che sino ad allora erano state proibite) e Ciceruacchio partecipò di persona all'abbattimento del muro che chiudeva appunto il ghetto.
Ma, quando alla fine del 1847 e agli inizi dell'anno successivo gli elementi più retrivi della corte pontificia presero il sopravvento ispirando dure misure antipopolari, Ciceruacchio si schierò apertamente contro la Curia e divenne un punto di riferimento per tutti gli anticlericali, tanto che nel gennaio 1848 la principessa Cristina Trivulzio Belgioioso che si recò da Milano a Roma per una missione politica affidatale da Mazzini, oltre ad incontrare alcuni personaggi della nobiltà e della cultura noti per i loro sentimenti liberali, volle incontrare anche Ciceruacchio che era ormai il più conosciuto capopopolo di Roma. E facile perciò comprendere quale sia stato l'atteggiamento di Ciceruacchio durante la breve esperienza della Repubblica Romana del 1849. Egli organizzò trasporti di armi e munizioni per i difensori della Repubblica e si preoccupò di far passare attraverso le maglie dell'assedio che stringeva Roma, bestiame e cibi per la popolazione affamata.
Non rifarò qui la storia della Repubblica Romana che è ben conosciuta; ma voglio ricordare come Ciceruacchio, aiutato dai due figli Luigi e Lorenzo, organizzò anche infermerie e punti di ristoro per i combattenti e, secondo la testimonianza di chi lo vide in quei giorni, Ciceruacchio era dappertutto, ovunque si potesse aiutare lo sforzo dei difensori della Repubblica.
Quando Garibaldi, la sera del 2 luglio lasciò a Roma - dove ormai era cessata la resistenza contro l'assalto dei francesi - per dirigersi verso Venezia insorta, che ancora resisteva all'assedio austriaco, i tre Brunetti seguirono la Legione e furono con Garibaldi anche all'uscita da San Marino, diretti a Cesenatico per imbarcarsi verso Venezia nella notte del 31 luglio 1849. Bloccata la flottiglia garibaldina al largo di Punta Maestra, come è ben noto, Angelo Brunetti "Ciceruacchio" con il figlio Luigi, che era sospettato dell'uccisione di Pellegrino Rossi, ed il giovanissimo Lorenzo di appena 13 anni si unirono ad un piccolo gruppo di sbandati i quali vagarono disordinatamente per alcuni giorni nella zona del Delta fra persone infide che segnalarono agli austriaci la loro presenza.
Catturati il 10 agosto dai croati comandati dal tenente Luca Rokavina furono fucilati la notte stessa senza alcun processo. Allineati sulla golena dell'argine destro del Po di Tolle, mentre i soldati caricavano i fucili, Ciceruacchio chiese che fosse risparmiato il figlio Lorenzo, ancora tanto giovane. Il tenente Rokavina finse di aderire e invece ordinò di sparare prima a Lorenzo che, caduto a terra per le ferite ricevute, fu finito dai croati con i calci dei fucili. Poi furono fucilati gli altri e malamente sepolti nel luogo della esecuzione.
L'episodio fu subito conosciuto nei paesi del Polesine perchè erano presenti gli uomini che scavarono le fosse, ma ci fu confusione sulle persone dei fucilati poichè Angelo, Lorenzo e Luigi Brunetti avevano dato cognomi falsi nei brevi interrogatori cui tutti erano stati sottoposti. L'atto di morte figura nella "cronistoria" della chiesa di San Nicolò che e la parrocchia di Cà Venier, allora in Comune di Porto Viro, oggi di Porto Tolle. Don Sante Manzetto, attuale parroco di Cà Venier custodisce il quaderno manoscritto di quella cronistoria. La grafia e la firma sono quelle di don Marco Sarto, parroco di quell'epoca.
Il documento dice infatti:
Lì, 11 agosto 1849
Per ordine dell' I. R. Comando Militare, stazionato in Cà Tiepolo sino dai primi giorni del p.p. Maggio, alle ore 12 e mezzo della scorsa notte vennero ivi fucilati, e sepolti nel luogo della eseguita fucilazione i seguenti individui:
A causa di quei cognomi alterati (che i tre Brunetti avevano dichiarato per non farsi riconoscere), non si ebbe subito la certezza della morte di Ciceruacchio e dei suoi figli, oltre che degli altri loro compagni; anche perchè i croati cercarono invano di tenere nascosto l'episodio sul quale solo assai più tardi è stata fatta piena luce, soprattutto per opera di studiosi locali. Queste incertezze sui nomi consentirono ad alcuni ignobili speculatori di estorcere denaro alla moglie di Ciceruacchio con la promessa di farle incontrare il marito e i figli, mentre circolavano voci che Ciceruacchio ed i suoi figli fossero emigrati in America o che, addirittura, fossero fra i vivandieri dell'esercito italiano alla guerra di Crimea del 1854 - 55. Oggi i loro resti sono nell'ossario del Gianicolo, sotto il monumento che custodisce la memoria degli eroici difensori della Repubblica Romana.
Si concluse così la gloriosa avventura del Ciceruacchio e dei suoi figli, mentre le mondine delle risaie tra i rami del Delta del Po cantavano una filastrocca di origine popolare ispirata dal tradimento di cui gli otto garibaldini (ma allora pareva solo sette) erano stati vittime. Essa diceva:
"Fiol d'un can d'un Pelli / che t'ha tradì chi sette / in mezzo a ghiera un prete / e el fiol del dotor"
Edera Rossa: Alcuni anneddoti sul "Moro" di Garibaldi
L' amico Edera Rossa prende spunto dall' articolo su Aguyar, il Moro di Garibaldi, per alcuni anneddoti , ma non manca "in caude" di una qualche attualizzazione
Quello della battaglia di Velletri fu proprio un gran brutto quarto d'ora per Garibaldi.
Con Aguyar. e qualche altro, si era messo con i cavalli di traverso per bloccare la fuga, dinnanzi alla cavalleria borbonica,.
Erano cavalli ancora poco addestrati e condotti da giovani volontari che , incapaci di trattenere i loro animali, finirono con il rovesciare Garibaldi e , come scrisse Garibaldi, "il prode Aguyar. Accorse assieme ad alcuni aiutanti. ( che vien da supporre non siano stati a loro volta a cavallo) Fattistà che si formò un grumo di cavalli e cavalieri incapaci di rialzarsi e su cui si gettò l'inseguitrice cavalleria borbonica. Fortunatamente intervennero alcuni volontari che si erano annidati fra dei vicini vitigni che presero di mira i cavalieri borbonici che finirono con l'abbandonare l'impresa. Accorsero anche dei ragazzi , più o meno dodicenni, che si gettarono coraggiosamente sul gruppo di Garibaldi per tirarli fuori da quella massa che l'aveva investito.
E Garibaldi riconobbe che fu anche grazie a quei ragazzi , che ne venne fuori vivo e si accorse che, quasi miracolosamente, non aveva nessun osso rotto. Ma i soldati borbonici erano convinti che fosse caduto a terra morto e quando lo videro ricomparire dopo un paio di giorni dissero che era un sosia che era stato messo a posta per non far cadere lo spirito delle truppe a difesa della repubblica.
Ed incominciarono a dire che Anita si teneva anche il sosia , tanto con il suo passato non era da meravigliarsi ( sembra impossibili quanto i reazionari non sappiano far a meno di inventarsi fantasie sulle mogli d'altri o , come con le coraggiose infermiere della repubblica romane, con quelle donne che appoggiano le forze di progresso) ) .
E fu in quella circostanza che ad opera dei soldati borbonici cominciò la storia dell'orecchio che a Garibaldi sarebbe mancato a causa di episodi poco edificanti che variarono a seconda dello scorrere degli anni e della identità dei novellatori; buoni ultimi gli attuali leghisti e neoborbonici.
Peccato che il giornalista Stella abbia ricordato l'esistenza di una foto di Garibaldi che smentisce queste leggende e peccato che vi sia anche , mi permetto di aggiungere, la memoria, da parte di un sudamericano, di una ferita all'orecchio destro di Garibaldi che fu curata alla presenza dello stesso . Cosa che toglierebbe ogni credibilità alla ipotesi di un orecchio tagliato durante una rissa in una casa di tolleranza nel corso di un viaggio di quando doveva ancora partire per il Sud America.
Quanto al povero Aguyar sulla cui stessa morte si ebbero due versioni ( si disse anche che sarebbe morto mentre stava aiutando Garibaldi a salire a cavallo, mentre ormai si propende per l'idea che morì non in presenza di Garibaldi, mentre Garibaldi apprese la notizia della sua morte mentre stava salendo a cavallo ,e da qui forse l'equivoco) , credo sia da dire che certamente doveva essere trattato da Garibaldi come uno dei suoi più cari amici, solo un amico sicuro di non incorrere nella disaprovazione dell'eroe, si sarebbe , del resto , potuto permettere di far salire sul cavallo di Garibaldi un giovine stalliere di casa Torlonia, come fece Aguyar probabilmente che non solo si dovevano rompere le barriere tra le razze ma anche fra ceti , e anche la persona più umile poteva fare ciò che non era cosa possibile neanche ai possenti: salire sul cavallo di Garibaldi.
P.S. : Di cavalli di Garibaldi non mancano certamente le piazze italiane, peccato che a volerlo far scendere da quei cavalli vi siano ancora dei somari , leghisti e neoborbonici . Ma meriterebbero di essere trattati peggio del somaro che Garibaldi aveva a Caprera ( anche se gli aveva dato il nome di Pio Nono, ed ad offendersi non poteva essere altri che il somaro) poichè esso era trattato con quell'umanità verso gli animali che seppe sempre dimostrare quello che fu il primo presidente dell'ente che diverrà l'E.N.P.A .
EDERA ROSSA
Aguyar con Garibaldi: un "extracomunitario per l'Italia"
Aguyar, un “extracomunitario” al fianco di Garibaldi
Scritto da Andrea Onori il 19 gennaio 2012
Probabilmente oggi non riusciamo a capire che, nonostante l’estrazione sociale, un individuo con i soli sogni di libertà e giustizia può entrare a far parte dei libri di Storia. Nel nostro tempo accedere a quella élite, significa avere soldi, tanti soldi da accumulare che servono a raggiungere notorietà e potere. Bisogna dire che, la Storia, è una costruzione fatta a tavolino da uomini che hanno l’obbligo di “difendere” la patria da eventi e turbolenze esterne. Quindi, a volte, per gli storici è meglio non parlare di certe cose. Ci sono tabù e dogmi da non sfatare.
Nelle lotte di Giuseppe Garibaldi, conosciamo numeri e fatti ma pochi ricordano i personaggi che lo hanno accompagnato durante le sue avventure. In loro, non c’erano strane idee, nessuno aveva l’ambizione di conquistare il mondo o sedersi in un tavolo e spartirsi la fetta di terra conquistata. Austriaci, Francesi, Spagnoli, mezza Europa metteva le mani sulla penisola italiana. In quella piccola terra moribonda, da Nord a Sud, scorreva una vena colma di persone umili e sincere. Analfabeti, ma con un cuore grande che non riusciamo a immaginare. Lì in mezzo, c’era anche un ex schiavo. Uno straniero. Sotto la camicia rossa, segno distintivo scelto da Garibaldi quando scelse di difendere la Repubblica uruguayana, c’era un omone di pelle nera.
Andrea Aguyar era figlio di schiavi uruguayani di origine africana, un elemento fondamentale della nascita e dello sviluppo delle colonie europee delle Americhe come lo furono tanti altri deportati. Era uno schiavo e lo rimase fino a quando in Uruguay non venne abolita la schiavitù in seguito alla guerra civile del 1838. Non scendeva a compromessi e non sognava di diventare un eroe miliardario, era uno dei tantissimi figli della tratta atlantica.
In quei giorni d’assedio, Aguyar conobbe Garibaldi, un uomo bianco che combatteva la schiavitù. Quando l’italiano tornò in Europa nel 1848, Aguyar lo seguì. Tra di loro nacque una splendida amicizia, dimenticata dai libri di Storia, chissà per quale motivo. Spesso, è proprio questo aspetto umano di alcuni personaggi che la storia non riesce a ricostruire aldilà delle vicende importanti. Invece, sono proprio questi gli aspetti importanti che un alunno dovrebbe sapere e non la semplice data di una battaglia. Fu una grande amicizia, comunque subordinata da parte di Andrea che, con il suo passato da schiavo, si poneva quasi come il servitore di Garibaldi. Nel tempo in cui nacque questo legame, la società di allora, non favoriva il rapporto a causa delle “diversità” sociali tra i due. C’erano dei limiti invalicabili. I pregiudizi del tempo, e a volte ancora presenti, ostacolavano il considerarsi alla pari tra esseri umani. Nonostante queste forzature, questa forte amicizia sbocciò e Aguyar sbarcò in Italia.
L’uruguayano rimase al fianco di Garibaldi sin dalle fasi iniziali della prima guerra di indipendenza italiana, partecipando alle vittorie di Luino e Morazzone. Durante la sua permanenza nella futura capitale d’Italia, arrivò l’ondata di attenzione mediatica internazionale a questo omone che difendeva la Repubblica Romana. Molti giornalisti erano curiosi e scrivevano di questo “esotico” personaggio, unico tra tutti. Oggi, lo abbiamo un pò abbandonato e posto nel dimenticatoio. Non compare nei libri di scuola e nei racconti “eroici” di quelle vicende. Secondo le fonti, Aguyar, salvò più volte la vita di Garibaldi, come durante la battaglia di Velletri contro i soldati borbonici del Regno delle Due Sicilie, quando difese il generale caduto da cavallo e in pericolo.
L’ex schiavo morì nel 1849 proprio mentre difendeva Roma dai Francesi. Quattro giorni dopo l’arrivo di Anita Garibaldi, precisamente il 30 giugno, fu colpito da una bomba nei pressi di Santa Maria in Trastevere. Pieno di sangue, e con l’ultimo filo di voce, riuscì a gridare: “Viva le repubbliche d’America e di Roma!”.
Aguyar era un immigrato che combatteva per la nostra libertà, per rendere reale il sogno di Garibaldi e milioni di italiani. La piccola Repubblica Romana nata nel 1849 durò appena 5 mesi a causa dell’intervento militare di Napoleone III, che ristabilì l’ordinamento pontificio. Questa esperienza non fu insignificante, fu importante nella storia dell’unificazione italiana. In quei pochi mesi, Roma passò dalla condizione arretratezza ad un paese ricco di idee democratiche. Nelle strade si parlava di libertà, di suffragio universale, abolizione della pena di morte e la libertà di culto, che poi sarebbero diventate realtà in Europa solo un secolo dopo. In quel pezzo di futura Italia c’era anche Aguyar, ma ben poca memoria resta. Nonostante le sue vicende, non si capisce perché il busto dell’uruguayano non è presente tra le statue e i monumenti del gianicolo. Il suo nome compare solamente in una scalinata non lontano da dove fu ucciso e porta il nome di “Andrea il moro”.
Nel 2012 in Italia ci sono tanti Aguyar che combattono ogni giorno per migliorare il paese dove sono residenti. Le loro mani, le loro tasse e le loro idee possono solo arricchire il Paese, ma qualcuno ancora non lo vuole capire e continua ad uccidere Aguyar, l’immigrato e amico di Garibaldi che aiutò l’Italia a nascere.
http://www.dirittodicritica.com/2012/01/19/garibaldi-patria-andrea-aguyar-33380/
I DOVERI COME FONDAMENTO DELL’UNITA’ NAZIONALE ED EUROPEA
Da " il senso della Repubblica gennaio 2012", la segnalazione di un opera sul risorgimento,
I DOVERI COME FONDAMENTO DELL’UNITA’ NAZIONALE ED EUROPEA
Proponiamo una pagina del volume di Marco Severini, Piccolo, profondo Risorgimento, Macerata, Liberilibri, 2011, pp. 191, euro 15.00.
Il testo propone una agile rassegna di figure del nostro Risorgimento quasi sempre assenti nei libri di storia. Sullo sfondo: l’insegnamento dei maestri, Mazzini in primis, metabolizzato come fondamentale collante dell’unità nazionale.
“Spettava ai repubblicani europei, che in nome di Dio e dell’umanità si battevano per realizzare il principio di associazione in ogni nazione e ta i popoli, imprimere una svolta, sostituendo a una società individualistica e materialistica, tutta incentrata sui diritti, un’altra regolata dall’accettazione di una legge generale, di una norma superiore, il dovere, che derivava dalla missione che Dio aveva assegnato a ciascun popolo:
«il diritto [scriveva Mazzini] è fede nell’individuo; il Dovere è fede comune, collettiva. Il diritto non può che ordinare la resistenza, distruggere, non fondare: il Dovere edifica e associa; scende da una legge generale, laddove il primo non scende che da una volontà. […]»
Inoltre, mentre il diritto uccideva il sacrificio, cancellava dal mondo il martirio e non racchiudeva in sé la necessità del progresso, in quanto erano gli interessi individuali a farla da ‘dominatori’, da una società costruita attorno all’adempimento dei doveri – oltre che sull’esercizio dei diritti – sarebbe derivato il progresso.
Guardando al futuro, Mazzini intendeva liberarsi dal peso della rivoluzione francese e, accogliendo il principio storico del progresso, era convinto che quest’ultimo avrebbe portato ad una moderna democrazia rappresentativa.
Quest’esigenza dio creare un nuovo tessuto connettivo nella società moderna, questa prevalenza del dovere sul diritto acquistava un particolare rilievo in quei contesti, come quello italiano, in cui la rivoluzione democratica diveniva un tutt’uno con la rivoluzione nazionale e nei quali, dunque, solo l’accettazione di una norma di fede poteva far accettare il sacrificio personale in nome di un progetto nazionale.
La contraddizione e la difficoltà a conciliare la libertà dell’individuo con l’idea di un fine assoluto veniva risolta da Mazzini attraverso l’educazione, cioè attraverso un’opera di pedagogia collettiva che ‘avrebbe armonizzato le opinioni e le volontà di ciascuno con le ragioni del nuovo ordine sociale’.
L’età dell’individualismo cedeva il passo a quella dell’associazione che, nell’interesse del bene collettivo, collegava i diritti individuali ai doveri.
150 anni dopo: il Risorgimento oggi
Da un nuovo numero (di agosto) del mensile elettronico "SR il senso della repubblica" supplemento del settimanale di cultura scientifica "Heos.it" proponiamo un articolo dell' amico Mattarelli
Edera Rossa : 150 anni di unità e commemorazioni ufficiali