Salta navigazione.
Home
sito repubblicano nella sinistra

Maurizio Viroli e la libertà dei servi

Maurizio Viroli ha presentato  su Rai radio 3 (fahrenheit) il proprio ultimo libro "la lbertà dei servi".

Collegandosi al link che riportiamo qui sotto (potrebbe essere necessario scaricare un programma)  è possibile sentire una lunga intervista allo stesso Viroli  che illustra la sua interpretazione dell' attual momento italiano: in italia non c'è una dittatura o un regime , ma all' interno di un sistema  liberaldemocratico di è inserito un sistema di "corte" dove non esiste al libertà dei cittadini , ma la libertà dei servi.

Questo perchè si permessa la costituzione ( con un uso legittimo delle norme esistenti) di un "potere enorme" che collega una ricchezza personale sconfinata, un impero mediatico , un partito personale. Situazione che non è presente in nessun paese democratico. Questo ha fatto nascere in migliaia ceninaia di migliaia di persone una mentalità cortigiana, di dipendenza .

Il rimedio ai problemi di un paese non è dare più potere ad una persona , questo corrompe le capicità di chiunque. Purtroppo gli italiani hanno poca stima in se stessi , per una cattiva coscienz afiscale, una cattiva educazione scolastica, una cattiva educazione religiosa ( quest' ultima per non aver insegnato che chi crede non può servire un uomo, masolo Dio).

La soluzione : una lungo opera di educazione

http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/mostra_evento.cfm?Q_EV_ID=316819#

NB La trasmissione è stata svolta durante una delle partite in cui giocava l' italia

Viroli e il degrado della comunicazione politica

QUANDO LA POLITICA PARLA ALLA PANCIA

 

Segnaliamo un intervento di Maurizio Viroli sul giornale on line degli studenti dell' università della Svizzera Italiana

 

Il Professor Maurizio Viroli è docente di Comunicazione Politica e istituzionale e direttore dell’Istituto di Studi Mediterranei all’Università della Svizzera Italiana. Ha insegnato Teoria Politica per 20 anni nella celebre università di Princeton. Ha inoltre collaborato con l’ex Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, durante il suo mandato settennale per la valorizzazione della cultura della Repubblica presso il Ministero dell’Interno.  

Professore, come definirebbe la comunicazione politica odierna?
La comunicazione politica è un insieme di tecniche che si propongono di fare giungere ai cittadini dei messaggi che riguardano problemi politici ovvero problemi che concernono le tasse, l’immigrazione, la pace o la guerra, il diritto internazionale. Tutti i temi che sono propri di una comunità democratica. Come avveniva ai tempi di Pericle e Cicerone, la comunicazione politica, cerca di convincere i cittadini con argomenti razionali, ma soprattutto di muovere le loro passioni, di affascinare, di sedurre.

Su quali punti si tende a insistere?
Da quando il comizio e l’orazione sono stati sostituiti in maniera pressoché totale dalla comunicazione televisiva, lo stile del discorso politico è cambiato in quanto si basa molto più su immagini che su ragionamenti ed è rivolto alle passioni in maniera preponderante rispetto alla ragione. È quasi impossibile ascoltare un discorso politco che in televisione offra considerazioni empiriche o inviti a ragionare, e questo cambiamento dello stile della comunicazione politica deve essere guardato con grande preoccupazione perché cittadini che non sono più sollecitati a pensare, ma vengono coinvolti e affascinati da immagini e da slogan, diventano, di fatto, cittadini che non sanno più prendere decisioni politiche.

“La comunicazione politica non fa più ragionare le persone”. Una gran parte della comunicazione politica oggi, secondo me, è rivolta alla pancia delle persone…
Il linguaggio politico contemporaneo tende a puntare sulla passione della paura. Paura di perdere il posto di lavoro, la paura di essere invasi da immigrati, la paura di essere governati da uomini con idee diverse, che appartengono ad altre tradizioni, la paura di vedere le città conquistate da nuovi barbari, un’eccezione l’ha rappresentata, da questo punto di vista, la campagna elettorale di Barack Obama che ha puntato su un’altra passione. Quella della speranza.

E riguardo agli insulti ai quali i nostri politici ci abituano?
Il prevalere della tecnica nell’insulto sugli argomenti indica che, perlomeno in Italia, visto che non mi pare ci siano esempi analoghi in atri paesi, sia il segno più evidente e preoccupante della degenerazione della retorica in demagogia. Nei secoli, l’insulto rivolto all’avversario politico, il commento personale, la derisione nei confronti di una presunta debolezza o imperfezione fisica (ad esempio qualificare donne come brutte), sono sempre state le tipiche armi del demagogo che vuole farsi amare dalla plebe dando ad essa la soddisfazione di vedere  umiliati altri cittadini. Le tecniche dell’insulto e della derisione erano fiorenti soprattutto nelle corti. Nelle corti però c’erano il principe e dei cortigiani al suo servizio. Una comunicazione politica fondata sull’insulto e sulla derisione è il sintomo della degenerazione della democrazia repubblicana in un sistema di corte che vede un signore al centro e, al di sopra, di una grande massa di servi che chiedono solo di poter ridere.

Soffermandoci sul Ticino, abbiamo visto, durante le ultime elezioni, la vittoria della Lega dei Ticinesi. Quali sono stati i punti di forza di questo movimento?
Non sono in grado di dare una risposta dettagliata a questa domanda, ma mi limito a due ipotesi. Bisogna considerare la vicinanza geografica del Ticino all’Italia del nord e sappiamo tutti che in Italia del nord è molto diffuso lo spirito leghista e la propaganda leghista continua a collezionare successi. La seconda è che il linguaggio leghista, che fa leva su preoccupazioni, molto diffuse in tutti gli stati europei, il timore di perdere benessere e soprattutto di veder distrutta la propria tradizione cultura e religiosa. Su queste preoccupazioni è molto facile innestare un tipo di comunicazione politica che offre soluzioni facili. Non c’è nulla di più semplice, per essere votati, che dire ai cittadini che temono l’immigrazione: “Fermiamo l’immigrazione!” o “Cacciamoli tutti!”. Il problema è che le soluzioni facili sono spesso, in politica, le più pericolose, ma come spesso avviene se non ci sono leaders politici capaci di usare una retorica diversa per contenuto, ma altrettanto capaci di toccare le passioni quanto quella della lega, i successi che riscontriamo finora saranno solo l’inizio.

Secondo lei, cosa coglie l’attenzione dei giovani nella politica? Come?
Premetto che lavoro da circa dieci anni in progetti di educazione alla cittadinanza in varie città d’Italia. Quello che ho potuto constatare è, che per uno strano scherzo della Provvidenza (direi se fossi credente), di fronte al disgustoso degrado morale e civile che colpisce la società italiana, i giovani in un numero molto maggiore di quanto non sia mai accaduto nel passato, abbiano riscoperto, non so come, da dove e perché, il sentimento della dignità civile. Ci sono molti più giovani oggi, rispetto al passato, che vogliono vivere da cittadini. Non da servi, non da cortigiani, non da sudditi, non da semplici telespettatori. Ciò che questi giovani chiedono è qualcosa che è molto semplice da immaginare e difficilissimo da realizzare. Chiedono dei maestri, degli uomini politici, degli esempi che sappiano pronunciare parole giuste e testimoniare con il loro comportamento la sincerità dei proclami.  

Per quanto riguarda la loro partecipazione all’interno della politica?
Sarebbe interessante esaminare i dati delle ricerche empiriche, ma mi pare di poter avanzare, anche questa volta come ipotesi non come certezza, che i giovani siano attivi in associazioni di volontariato, associazioni informali (non partiti politici), nella vita religiosa e in una miriade di rapporti costruiti e tenuti in vita attraverso twitter, facebook, blogs, etc. Mi sembra di rivedere nel modo di impegnarsi dei giovani di oggi, qualcosa di simile, ma non identico, a quanto avveniva negli anni ‘60, quando emersero forme di partecipazione e di impegno diverse da quelle già consolidate nei partiti e nei sindacati.  Ci sono forme di mobilitazione oggi (ecologia, diritti civili, lotta per la scuola, contro la corruzione politica, lotta per la pace) che si svolgono al di fuori delle organizzazioni consolidate. Il rischio è che i giovani, non trovando modo di dare continuità al proprio impegno, non vedendo gli effetti sulla politica si arrendano. Si lascino prendere dallo sconforto e che tornino a vivere le loro vite senza impegno in comune salvando il salvabile. Facendo un paragone, rispetto agli anni ’70, il riflusso.

Pensa che ci sia una differenza tra la comunicazione politica rivolta ai giovani e quella rivolta gli adulti?
Se esaminiamo i messaggi politici è evidente che gli esperti di comunicazione politica affermano che il modo di rivolgersi ai giovani e il modo di rivolgersi agli adulti e agli anziani siano diversi. Ai giovani si propongono sempre messaggi ricchi di possibilità, di speranza, di luce, di velocità, di forza. Agli anziani, per citare l’estremo opposto, si propongono sempre parole rassicuranti, rasserenatrici, immagini di calma, di pace. Si, credo che ci sia differenza, del resto è molto diverso anche il modo di comunicare di un giovane e di un anziano. Il giovane candidato politico, la prima volta, insiste sempre su parole come nuovo, rinnovamento. Il candidato anziano insiste sull’esperienza, competenza. Quello che trovo particolarmente triste è che in tutto questo nella comunicazione contemporanea, è l’ossessione che ha preso gli uomini e le donne adulte e gli anziani di voler essere a tutti i costi giovane. A cominciare dal corpo. Non c’è niente di male nel cercare di migliorare il proprio aspetto esteriore. C’è molto di male, credo, per un politico, voler apparire a tutti i costi giovane perché crede di ottenere maggiori consensi. Il risultato, molte volte, è del politico che mascherandosi, agghindandosi e cambiando i connotati del suo volto, evoca un buffone.

Lasciamoci la politica alle spalle. Come si trova qui, all’Università della Svizzera Italiana?
L’esperienza di insegnare Comunicazione Politica all’USI è stata, per me, lo devo riconoscere, una grande sorpresa. Sono arrivato in Ticino dopo più di vent’anni d’insegnamento a Princeton, dove avevo la reputazione di professore severo, che tuttavia attirava molti studenti. Temevo che il mio stile di insegnamento sarebbe stato accolto con diffidenza nella mia nuova università. Invece ho trovato dei giovani che non solo vogliono conoscere, ma vogliono capire, che considerano l’esperienza universitaria non solo come una preparazione per la professione, ma anche un’opportunità per imparare a pensare e a vivere da cittadini.
 

http://www.luniverso.com/06/06/2011/complemento-quando-e-alla-pancia-che-si-parla/

Un commento su Viroli

La nostra amica RoBe ci invia un breve commento sull' intervista di Viroli

Finalmente qualche spiraglio di buon senso.Ho letto l'intervista del
prof.Viroli,dal giornale "Il fatto quotidiano"L'unico che ha avuto in
questo momento il coraggio di fare una analisi della nostra
condizione.Un grazie al Prof.ed un auspicio, che diventiamo in tanti
"coraggiosi