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Martin Schultz : un'altra politica per l'Europa

Il futuro presidente del Parlamento Europeo ed esponente del partito Socialdemocratico tedesco Martin Schulz è intervenuto nel programma Ballarò, riportiamo il suo intervento dove con poche frasi ribalta l'impostazione di politica economica imposta dalla Merkel non solo alla Germania , ma anche all' Europa . E' presente anche l' ex ministro Fitto che con poche e confuse parole si esibisce in un'incomprensibile commento sulla politica interna tedesca

Socialdemocratici svedesi , ritorno alle origini

I socialdemocratici in crisi d’identità

da le monde 20/2/2012 traduzione di presseurope

 

 

Il partito che ha dominato il paese per decenni è ai minimi storici nei sondaggi e spaccato all'interno. I vertici guardano alla classe media urbana, mentre la base vuole tornare alle origini.

Teatro municipale di Stoccolma, fine gennaio. Per la prima volta dall'uccisione di Olof Palme, il leggendario primo ministro socialdemocratico assassinato nel 1986, si può assistere a un'opera teatrale su di lui. Probabilmente questo spettacolo non sarà ricordato nella storia del teatro, ma il risultato è una verità velata di nostalgia, sempre più evidente con il proseguire delle repliche. "La parte socialdemocratica del paradiso socialista è qui, in Svezia".

Tra il pubblico ci sono molti socialdemocratici che hanno conosciuto l'epoca d'oro di Palme negli anni Settanta. "I vertici del partito sono disorientati", osserva Lasse Hornberg, ex sindacalista. "Questi leader danno l'impressione di non poter continuare come prima. Con la globalizzazione non è più possibile. Ma le basi della socialdemocrazia devono poter essere applicare ancora oggi".

Il caso ha voluto che la prima dello spettacolo avesse luogo nel bel mezzo di una delle più gravi crisi del partito: dopo due elezioni perse nel 2006 e nel 2010, è caduto ancora più in basso – a meno del 23 per cento, secondo un sondaggio di fine gennaio – a causa della disastrosa gestione del suo presidente, Håkan Juholt, costretto a dimettersi il 21 gennaio dopo solo dieci mesi in carica. Una cosa mai vista in questo partito, che tende a considerarsi il depositario della gestione del paese.

Juholt è stato criticato per la sua leggerezza in diversi settori e per aver accusato il governo per la nuova dottrina di difesa adottata con il sostegno dell'estrema destra. In ottobre inoltre la stampa ha rivelato che il presidente socialdemocratico aveva ricevuto dei sussidi che non gli erano dovuti.

Così i socialdemocratici, in difficoltà nei sondaggi, hanno nominato in meno di una settimana un nuovo leader: Stefan Löfven, ex operaio e presidente del sindacato If Metall. In questo laboratorio della socialdemocrazia, tutte le speranze di rinnovamento sono ormai riposte in lui.

Västerås, a cento chilometri a ovest di Stoccolma. Questa ex città industriale è la capitale del Västmanland, un tempo la regione più socialdemocratica della Svezia. Oggi la sinistra è allo stesso livello della destra e l'estrema destra è diventata l'ago della bilancia. L'ex fabbrica di rame ospita un liceo e degli spazi associativi. Qui si riuniscono tutti i venerdì i membri della Gamla Gardet, la Vecchia guardia, l'associazione culturale socialdemocratica di Västerås.

Oggi è in discussione il programma del partito. I cinque punti da discutere vengono dall'alto, da Stoccolma: globalizzazione, clima e così via. Diversi veterani fanno un gesto di disappunto. "Che parolone", insorge un militante. "Io avrei voluto che si discutesse di assicurazioni sociali, di condizioni di lavoro, ma il programma non ne parla. L'essere umano deve tornare al centro!"

Brage Lundström, un ex imbianchino e segretario di sezione, ha la sua idea: "Bisogna farla finita con queste storie di destra e sinistra del partito e tornare alla cooperazione fra stato e industria. Con il suo profilo, Löfven può essere l'uomo giusto". Come altri a Västerås parla degli accordi di Saltsjöbaden del 1938, che avevano suggellato il patto fondatore della Svezia moderna con un governo che lasciava il mondo imprenditoriale e i sindacati negoziare direttamente gli accordi collettivi e in cui ognuno rispettava le competenze dell'altro nell'interesse generale.

A poca distanza Olle Winkler, delegato sociale del sindacato If Metall, da cui proviene il nuovo presidente del partito, è sulla stessa lunghezza d'onda. Nel dicembre 2011 la disoccupazione ha raggiunto il 7,1 per cento, un tasso elevato per il regno. In passato i governi socialdemocratici hanno sempre favorito le grandi imprese, cosa che ha permesso per esempio l'espansione di gruppi come Ericsson o Abb, la principale impresa di Västerås, che dopo la Seconda guerra mondiale ha beneficiato di questa cooperazione con lo stato. "È questo capitalismo di stato che vogliamo", insiste Winkler. "Ma se non torniamo ai fondamentali, non ci riusciremo".

La svolta del 1985

Nell'ex fabbrica di rame Roland Sundgren, che ha animato la seduta della Vecchia guardia, ha conosciuto l'apogeo della socialdemocrazia e l'inizio della sua caduta essendo stato deputato dal 1970 al 1994. "Il Nobel per l'economia a Milton Friedman, nel 1976, ha segnato l'inizio della fine. Reagan e Thatcher hanno applicato le sue strategie e lo stesso ha fatto la Svezia. Si è cominciato a deregolamentare, a privatizzare. Nel 1985 il ministro delle finanze socialdemocratico e la sua équipe erano stati soprannominati "la destra finanziaria" del partito. Palme era primo ministro, ma ha lasciato fare, sono loro che hanno deregolamentato i mercati e liberalizzato le banche".

Questo riferimento alla svolta del 1985 e all'accettazione delle tesi neoliberiste da parte della socialdemocrazia è frequente a Västerås, così come l'appello a un nuovo capitalismo di stato. Un discorso molto diverso da quello che si sente a Stoccolma. Nella capitale la precedenza è data alla riconquista della classe media delle grandi città, che sarebbe l'unico modo per riprendere il potere. Questo ha portato ai dibattiti che a Västerås sono definiti "dettagli", in particolare l'importanza del settore privato nei servizi pubblici e la grande questione dei profitti.

"Nel partito c'è chi pensa che non dovremmo interferire nei servizi dello stato assistenziale, come la scuola, la sanità o l'aiuto alle persone anziane", si rammarica Sundgren. "Sarebbe terribile se i socialdemocratici continuassero a spostarsi a destra. In questo caso il partito diventerebbe inutile", ha avvertito in questi giorni un editorialista di Aftonbladet, quotidiano vicino ai socialdemocratici.

Alla fine della pièce teatrale in scena a Stoccolma, Olof Palme lascia la scena dopo la domanda di una vecchia militante, che gli chiede dove va. "Non lo so", risponde Palme.

http://www.presseurop.eu/it/content/article/1529241-i-socialdemocratici-...

 

Il "terrificante " programma elettorale di Hollande

Su micromega un bell' articolo di Emilio Carnevali sul programma elettorale di Hollande candidato socialista  ( appoggiato da vari altri movimenti progresssiti comeil  Parti Radical de Gauche) ,facciamo seguire il link all' articolo (in inglese)  dell' Economist critico nei confronti di Hollande citato da Carnevali e  la traduzione di un inchiesta del Pais sulal diffusione della povertà in Europa , argomento che dovrebbe far riflettere molti liberisti sul perchè , almeno a sinistra , certi loro slogan, (finalmente) non trovano più tanta calorosa accoglienza

L'Economist ha lanciato l'allarme per la probabile vittoria del candidato socialista alle prossime presidenziali francesi. Ma che cosa promette di così terrificante il compassato – per qualcuno addirittura incolore – François Hollande?

di Emilio Carnevali

Fra i molti effetti positivi legati all'uscita di scena del governo Berlusconi c'è l'innegabile “igienizzazione” di un dibattito pubblico dal quale sono completamente spariti bunga bunga ed escort per lasciare il posto a discussioni sulla crisi, l'occupazione, le imprese, i contratti. E questo è un bel passo in avanti a prescindere dal giudizio sul merito delle iniziative dell'esecutivo guidato da Monti e dal fastidio per qualche colossale stupidaggine scappata di bocca allo spericolato ministro di turno, sopratutto sul tema “giovani e lavoro”.

Un altro piccolo passo che ci sentiamo di auspicare è da compiersi nel dibattito interno alle forze del campo progressista e di sinistra. Con l'uscita dell'anomalo inquilino da Palazzo Chigi sarà forse possibile non citare più l'Economist – e i suoi sacrosanti titoloni su “The man who screwed an entire country” (l'uomo che ha fottuto un intero paese) – come i maosti degli anni Settanta citavano il libretto rosso di Mao. Di più: nell'ambito di una salutare dialettica fra “noi e loro” si potrà anche sospettare di essere sulla strada giusta se il prestigioso settimanale britannico – di limpido ed antico lignaggio liberal-conservatore – reagisce inorridito di fronte ad alcune proposte provenienti dalla sinistra che non siano una pallida imitazione di quelle provenienti dalla destra.

È il caso della bella strapazzata che l'ultimo numero dell'Economist ha riservato al candidato socialista all'Eliseo François Hollande, reo di aver lanciato i propri strali contro «il vero avversario» della sinistra, ovvero «il mondo della finanza» come un tempo François Mitterrand se la prendeva contro il «vero nemico» costituito dal «potere del denaro». E se il problema con il presidente in carica Nicolas Sarkozy è che «dopo cinque anni deludenti» in pochi possono davvero considerare credibili i suoi propositi di risanamento (diversamente dal candidato centrista Bayrou, «l'unico a insistere su un deciso taglio della spesa pubblica»), con il candidato socialista Hollande «il pericolo è opposto: lui potrebbe fare ciò che promette».

Ma che cosa promette di così terrificante il compassato – per qualcuno addirittura incolore e privo di carisma – Hollande? Innanzitutto ha dichiarato che appena eletto volerà a Berlino dalla signora Merkel a rinegoziare il trattato europeo «sulla stabilità, il coordinamento e la governance» che rischia di essere la corda alla quale saranno impiccati gli stati più esposti sui debiti sovrani e con essi l'intera Unione europea stritolata dalla spirale austerity-recessione-austerity. Dell'attuale drammatica situazione in cui versa l'Europa non poche responsabilità sono da individuare nel duo Merkel-Sarkozy; nella loro, talvolta interessata, incapacità di mettere in campo una gestione continentale della crisi, inframmezzata da mosse improvvide come quella dell’8 ottobre 2010, quando annunciarono la partecipazione del settore privato alle perdite sui titoli stato greci (è da lì che è cominciata anche la corsa folle dello spread sui titoli italiani e spagnoli, innescando una catena di contagio che non ha risparmiato nemmeno quelli francesi, austriaci e belgi).

Sul fronte interno François Hollande promette una ristrutturazione finanziaria fondata su due pilastri: 29 miliardi di euro destinati al risanamento dei conti pubblici e 20 miliardi al finanziamento di misure per rilanciare la crescita e l'occupazione. Ma chi pagherà un conto così salato, che farà salire la pressione fiscale dall'attuale 44,8% del Pil a 46,9%? In sintesi: i ricchi, le banche e le grandi imprese.

Il programma socialista prevede fra le altre cose una drastica semplificazione delle detrazioni e delle agevolazioni fiscali (sarà introdotto un tetto massimo di 10 mila euro l'anno); l'aggiunta di una aliquota al 45% per i redditi superiori ai 150mila (l'attuale aliquota massima è al 41% e si applica sopra i 70mila euro di reddito annui); l'incremento del 15% dell'imposizione sugli utili delle banche (è prevista inoltre la separazione fra banche commerciali e banche di investimento); la riarticolazione e l'incremento dell'imposizione fiscale sulle società (oggi mediamente tassate al 33%) secondo tre fasce dimensionali; l'abolizione della defiscalizzazione delle ore di straordinario decisa da Sarkozy per aggirare la legge sulle 35 ore varata governo socialista di Lionel Jospin (in questo l'attuale presidente è stato cattivo imitatore del “modello tedesco” visto che con una disoccupazione che è arrivata al 9,9% si dovrebbe far lavorare di meno chi è già occupato, non di più); un piano straordinario per il lavoro che prevede incentivi pubblici per l'assunzione di giovani con contratto a tempo indeterminato oltre che assunzioni dirette da parte dello Stato nella pubblica istruzione, nella polizia e nella giustizia (ponendo fine all'attuale blocco del turn over nella pubblica amministrazione, che prevede un ingresso ogni due dipendenti in uscita).

Infine, sul fronte dei diritti civili, si segnala l'importante apertura del candidato socialista sull'eutanasia (o “aiuto attivo” alla morte, che vede favorevole, secondo un recente sondaggio, il 94% dei francesi): «Proporrò che ogni persona maggiorenne in fase avanzata o terminale di una malattia incurabile che provochi una sofferenza fisica o psicologica insopportabile e che non possa essere calmata, possa domandare, in condizioni precise e ristrette, di beneficiare di un'assistenza medica per terminare la sua vita con dignità».

Per quanto riguarda le riforme economiche e sociali si tratta dunque di un programma più vicino alla socialdemocrazia “classica” che non alla Terza Via che ha imperversato fra le sinistre europee all'epoca del New Labour di Tony Blair e del Neue Mitte di Gerhard Schröder. Non è un caso se quest'ultimo modello sia ora sponsorizzato dallo stesso presidente Sarkozy che lo scorso 29 gennaio, in una intervista televisiva, ha dichiarato di volersi ispirare alle riforme del lavoro promosse dall'ex governatore tedesco per rilanciare la competitività della Francia. Anche lui tuttavia – ed è questo che più infastidisce l'Economist – sembra intenzionato a risanare i conti senza procedere a tagli draconiani alla spesa pubblica. Fra le proposte fino ad ora avanzate c'è quella dell'incremento, da approvare prima delle elezioni di aprile, dell'imposta sul valore aggiunto (la nostra Iva) dal 19,6% al 21,2%.

Sarà un confronto da seguire con grande interesse. Anche perché in quelle elezioni si deciderà la continuità o meno di quel direttorio franco-tedesco – a netta trazione tedesca, in verità – che tanta importanza ha avuto e avrà nel nostro comune destino europeo.

(7 febbraio 2012)

 

http://temi.repubblica.it/micromega-online/tremate-i-socialisti-son-torn...

questo l' articolo dell' economist

http://www.economist.com/node/21543595

e questo l' indagine del Pais sulla povertà

http://www.presseurop.eu/it/content/article/1469421-c-era-una-volta-la-c...

La Merkel in difficoltà di fronte all' attivismo di Schultz

Merkel paga l'autogol su Atene

 

La proposta di commissariare
la Grecia fa infuriare tutti.
La cancelliera ha tenuto
un profilo basso

TONIA MASTROBUONI
inviata a bruxelles

Non bastassero le ansie dovute alle presidenziali francesi e americane, le scudisciate pubbliche di David Cameron e l’irresistibile ascesa di Mario Monti nel firmamento europeo, da ieri Angela Merkel è ufficialmente alle prese con le proprie beghe interne. Certo, manca oltre un anno e mezzo alle elezioni e la Spd è ancora in fase talmente preliminare da non avere neanche deciso come scegliere il proprio candidato alla cancelleria. Ma l’irruzione della campagna elettorale sul palcoscenico europeo è sembrato palese con la performance del neo presidente del Parlamento Ue, il socialista tedesco Martin Schulz.

Il politico noto in Italia per l’offensivo paragone berlusconiano con un Kapò, è entrato anzitutto a Justus Lipsius, l’edificio che ospitava ieri le riunioni di Consiglio europeo, sul tappeto rosso. Letteralmente. Invece di infilarsi nel palazzo attraverso la sala stampa, come facevano tradizionalmente i suoi predecessori, Schulz ha scelto l’ingresso dei leader politici e si è fermato a dare qualche battuta ai cronisti, come una Merkel o un Sarko qualsiasi. Durante la riunione del Consiglio, poi, le sue critiche nette al fiscal compact di germanica provenienza, la sua insistenza sulle misure per la crescita e l’occupazione devono essere sembrate talmente oltraggiose che a un certo punto la cancelliera ha sbottato, «Signor Schulz, prego, allora ci dica lei come cambiare i Trattati!».

Lui, gongolante, ha concluso il suo trionfale giro brussellese con una conferenza stampa in cui ha ribadito gli attacchi, ha reclamato un ruolo più attivo per il Parlamento europeo ma ha anche aggiunto che l’idea di commissariare la Grecia che sembrava fino a metà giornata una proposta semiufficiale di Berlino, è un’idiozia. «Ci sono steta proposte più intelligenti di questa», ha sibilato.

Finora, è utile ricordarlo, l’unico candidato socialista che angustiava la Merkel era François Hollande che sta facendo capire in tutte le lingue che se vincesse le presidenziali - ipotesi che i sondaggi sembrano suggerire - l’asse franco-tedesco sarebbe molto in bilico perché spingerebbe per gli Eurobond e tutti i dossier che sono fumo negli occhi, per la Kanzlerin. Ma la Merkel non è neanche entusiasta delle pressioni di Barack Obama per un «frangifiamme» europeo più potente; il presidente democratico vuole scongiurare per la campagna elettorale lo scenario di una catastrofe europea e sta premendo in primis sulla Germania perché apra i cordoni della borsa. Tuttavia, a tenere banco ieri è stata soprattutto un’altra questione: l’indiscrezione su una proposta tedesca per commissariare la Grecia. Un’idea che ha avuto l’effetto di una bomba sul vertice, dove il presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker l’ha immediatamente bollata come «inaccettabile», seguito dal premier austriaco, Werner Faymann. «In politica non è necessario insultare - ha scandito entrando al vertice dei capi di governo socialisti nella sede del Pse di Bruxelles. Persino Monti si è sentito in dovere di precisare che si tratta di un’«ipotesi fantasiosa e sgradevole che non è mai uscita da qui».

La cancelliera ha cercato di tenere la Grecia fuori dal summit anche per rivendicare con più vigore la firma del «suo» fiscal compact. Ma nella tarda serata il tema è stato discusso in una riunione ristretta tra i vertici Ue e il membro del board della Bce, Jorg Asmussen. Sull’ipotesi, però, di un commissario ad hoc Merkel ha commentato che «è una discussione che non vorremmo fare». Una fonte governativa tedesca sostiene che l’intenzione di monitorare più strettamente Atene è «assolutamente nelle intenzioni della Merkel ma anche di altri Paesi europei». E anche se il commissariamento, come sintetizza uno dei presenti al trilaterale con Sarkozy e Monti è «un ballon d’essai», è chiaro che Berlino è intenzionata a garantire «che il barile Grecia dove stiamo pompando centinaia di miliardi, abbia, finalmente, un fondo». Il concetto è chiaro: allarmata dal disastroso avanzamento delle riforme in Grecia, vuole controlli più stretti, prima di concedere nuovi aiuti.

http://www3.lastampa.it/economia/sezioni/articolo/lstp/440546/

La sfida di Hollande

Francia, Hollande presenta il suo programma
“Sarò il presidente di chi oggi soffre e spera”

A Parigi l'attesa première del candidato socialista a sfidare Nicolas Sarkozy. Parla dei dimenticati, chiede il diritto di voto anche per gli stranieri e promette di cancellare i privilegi dei politici

Riformare il sistema bancario, concedere il diritto di voto agli stranieri nelle elezioni comunali, rendere illegale il cumulo di più incarichi per i parlamentari. Di tutto, di più: il primo grande meeting di François Hollande, oggi a Le Bourget, nella periferia Nord di Parigi, è stato l’occasione per il candidato socialista alle prossime presidenziali francesi di illustrare il suo programma politico. “Sono venuto a parlarvi – così ha esordito – della Francia che soffre. E della Francia che spera”. L’obiettivo di Hollande: acquisire consensi nei ceti popolari, che più subiscono la crisi attuale. E che nel 2007 determinarono il successo di Nicolas Sarkozy. Oggi su quel fronte il nemico numero uno appare il Front Nationale: l’estrema destra. Con la sua paladina, Marine Le Pen.

Una “ferita” mai dimenticata. L’ha definito cosi’ Hollande il 21 aprile di dieci anni fa. Sì, il primo turno delle presidenziali 2002, quando Lionel Jospin, il candidato socialista, arrivò solo al terzo posto, superato da Jean-Marie Le Pen. Che passò alla disfida finale (poi persa) contro il neogollista Jacques Chirac. “E’ una ferita che porto ancora dentro di me”, ha sottolineato Hollande. “Non lascerò gli operai o gli impiegati andare verso una famiglia politica che non ha mai fatto niente per aiutarli. Non lascerò una formazione politica presentarsi come la voce del popolo mentre in realtà vuole servirsi solo di lui”. Invoca, invece, “un vero confronto tra la sinistra e la destra al secondo turno”.

Al momento attuale? Un duello a quattro. Ma per ora le cose non vanno come lo desidera il candidato socialista: almeno, non vi è alcuna certezza. “L’originalità di questa campagna – ha scritto nei giorni scorsi Alain Duhamel, editorialista del quotidiano Libération – è che si tratta per la prima volta di una sfida a 4 e non a 3, come era avvenuto dal 1965 al 2007″. Insomma, una situazione confusa. Tanto più che i divari fra i 4 contendenti si fanno sempre più ristretti. Al primo turno i sondaggi danno fra il 28 e il 30% dei consensi a Hollande: proclamato candidato alle primarie socialiste nell’ottobre scorso, era subito balzato in testa nelle preferenze, ma nelle settimane successive il suo consenso si è eroso. Il discorso di oggi ha l’obiettivo di invertire la tendenza. Sarkozy, invece, oscilla tra il 23 e il 24%: basso, ma in lieve ripresa, grazie al ruolo giocato nella crisi dell’euro. Arrivato sul ring come un vero outsider, il centrista François Bayrou sta in realtà “crescendo” sempre più: i sondaggi gli danno fra il 12 e il 14% al primo turno.

Marine Le Pen e la dédiabolisation riuscita. Ma gli occhi di tutti sono puntati soprattutto sulla candidata dell’estrema destra, compresa fra il 18 e il 21,5% dei consensi. Dato che mancano ancora tre mesi al primo turno, potrebbe balzare al secondo posto e accedere alla sfida finale come riusci’ a suo padre nel 2002. Una recente inchiesta di Tns Sofres indica che oggi le idee del Front Nationale (tipo uscire dall’euro, giustizia più severa contro i piccoli delinquenti e ridurre i diritti dei musulmani in Francia) sono approvate dal 31% dei francesi contro il massimo mai raggiunto, il 27%, appunto nel maggio 2002. E oggi è il 53% ad avere paura dell’Fn contro il 70% di allora. L’operazione di sdoganamento del partito da parte di Marine (la dédiabolisation) sembra avere avuto successo. La stessa inchiesta rileva che l’ambito dove la quota dei consensi alle idee del partito di estrema destra è più elevata è quello degli operai, addirittura il 40%.

Per Hollande, la priorità è recuperare i “dimenticati”. Li ha chiamati così in più occasioni negli ultimi tempi il candidato socialista: Hollande sta cercando di affermarsi nelle classi sociali meno abbienti, quelle che più soffrono della crisi economica. Era un tempo un elettorato fedele alla sinistra, ma che ormai appare da anni indeciso: già ammaliato da Sarkozy, lo è ora sempre più da Marine Le Pen. A quell’elettore Hollande ha cercato di parlare nel suo discorso di oggi a Le Bourget, usando toni aggressivi contro il sistema bancario (“il mio vero avversario non si presenterà mai alle elezioni: è il mondo della finanza”) e contro la casta (“se eletto, proporrò un taglio del 30% dello stipendio del Presidente della Repubblica e dei ministri”). E poi prevede di limitare gli affitti, quando risultino eccessivi, e di accrescere gli investimenti nelle case popolari. Hollande ha anche puntato il dito su “una nuova aristocrazia, che ormai prospera in Francia”. “Sarò il Presidente della fine dei privilegi perché non posso ammettere che, mentre quelli si arricchiscono senza limiti, la miseria si aggrava e otto milioni di persone vivono sotto la soglia della povertà. L’eguaglianza non è l’egualitarismo, ma la giustizia”. I prossimi sondaggi diranno quanti di coloro fra i “dimenticati” hanno scelto di seguirlo. E di abbandonare al suo destino Marine Le Pen.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/22/francia-hollande-sfida-sarkoz...

RFT e UK Il disastro dei liberali alleati ai conservatori

Circa un anno fa Gabriele Crescente pubblicava su Presseurop un articolo dal titolo "Cosa è successo ai liberali ?" Tra il 2009 e i primi mesi del 2010 in due paesi chiave dell' Europa Regno Unito e Germania rispettivamente i LibDem e la FDP dopo importanti successi eletorali entravano al governo come partner dei partiti conservatori , già all' inizio del 2011 quell' esperienza appariva totalmetne fallimentare , dopo ulteriori 12 mesi , l' osservazione è ampiamente confermata . Pochi giorni fa l' edizione inglese di Der Spiegel riportavo che la Merkel ha perso la speranza di una ripresa del partner liberale e pensa per le elezioni del 2013 di separare le sue sorti da quelle di un partito già espulso da grean aprte dei governi regionali e da un buon numero di parlamenti dei lander. l' Indipendent, da sempre non ostile ai LibDem Britannici spiega come quel partito abbia perso 3 elettori su 4. 

http://www.spiegel.de/international/germany/0,1518,809584,00.html

http://www.independent.co.uk/news/uk/politics/lib-dems-lose-three-out-of...

 Come si può vedere dallo schema riassuntivo su wikipedia i due suddetti partiti risultavano di gran lunga i maggiori della formazione europea (ELDR) anche perchè il resto appare molto frammentato si va dai Radicali di sinistra francesi alleati storici del Partito Socialista , a due partiti Bulgari , uno centrista espressione della minoranza Turca, l' altro fondato dall' ex Re Simeone con lo scopo di restaurare la monarchia. In Italia sono full Member l' Idv di Di Pietro  e il Partito Radicale . Il PRI e il PLI furono fra i fondatori

http://it.wikipedia.org/wiki/Partito_Europeo_dei_Liberali,_Democratici_e...

Che è successo ai liberali?

20 gennaio 2011

 

Tra il settembre 2009 e il maggio 2010 un'"onda gialla" ha attraversato l'Europa. Le ultime elezioni in Germania e Gran Bretagna hanno visto il trionfo dei partiti liberali, l'Fdp e i LibDem, che hanno fatto il loro storico ingresso al governo come partner di coalizione dei conservatori. I loro leader, Guido Westerwelle e Nick Clegg, erano i ragazzi copertina del momento, giovani, freschi e non compromessi con una classe politica screditata dalla crisi. C'era addirittura chi parlava di fine del sistema bipolare, ma in ogni caso pareva chiaro a tutti che i liberali si sarebbero attestati stabilmente come ago della bilancia tra destra e sinistra.

Quei tempi sembrano ormai lontanissimi. Fdp e LibDem hanno entrambi subito drammatici cali di popolarità. I primi sono ormai al di sotto della soglia del 5 per cento necessaria a entrare in parlamento. Westerwelle è il politico con il rating più basso del paese: secondo quanto rivelato da WikiLeaks un diplomatico statunitense lo ha definito un perfetto incapace, e molti tedeschi sembrano essere d'accordo. I secondi hanno appena perso un'elezione considerata un test importante e sono al 7 per cento nelle proiezioni, il minimo dal 1990.

Che cosa è successo? A parte le gaffes dei loro leader, che sul palcoscenico politico si sono rivelati molto meno disinvolti che sulle poltrone dei dibattiti preelettorali, il motivo delle loro difficoltà attuali è lo stesso dei loro passati successi. Il posizionamento politico-ideologico flessibile ha permesso ai liberali di muoversi agilmente tra le linee, sfruttando le pesantezze dei partiti tradizionali in un contesto di incertezza e disorientamento generale, ma si sta rivelando uno svantaggio nella guerra di trincea della politica quotidiana.

Entrambi i partiti sono in crisi d'identità: l'Fdp non è riuscito a imporre una svolta liberale alla Cdu, che non ha abbandonato i retaggi "socialdemocratici" della Grande coalizione con la Sdp. La leadership di Westerwelle è sotto attacco e se il partito dovesse confermare il suo disastroso trend alla prossima serie di elezioni locali, il congresso che si terrà a maggio potrebbe essere l'ultimo a svolgersi sotto la sua presidenza. Tra i LibDem si parla addirittura di scissione: l'ala sinistra del partito non gradisce l'acquiescenza di Clegg alle posizioni "reazionarie" di David Cameron, e guarda con sempre più interesse agli ammiccamenti del Labour, che con Ed Miliband come segretario è un partner ben più appetibile che ai tempi di Blair.

Come spiega Martin Kettle sul Guardian, "le coalizioni sono sempre difficili per i partiti minori, che ottengono meno credito quando le cose vanno bene e si prendono tutta la colpa quando vanno male". Inoltre sia destra che sinistra gradirebbero il ritorno al bipolarismo tradizionale e la scomparsa dei concorrenti "asimmetrici". Ma secondo Kettle, "se nel breve periodo la tendenza è questa, a lungo termine la politica moderna sarà sempre più caratterizzata dalla volatilità e dal pluralismo. Che ci piaccia o no, i piccoli partiti sono destinati a durare".

http://www.presseurop.eu/it/content/blog/470081-che-e-successo-ai-liberali

 

Buon lavoro al neopresidente dell' europarlamento Martin Schulz

L' espondente del Partito Socialdemocratico tedesco Martin Schulz è il nuovo presidente del Parlamento Europeo, significativi ci sembrano alcuni passaggi del suo discorso di insediamento

 

Il neo eletto Presidente ha messo in guardia i colleghi dicendo che "per la prima volta dalla sua fondazione il fallimento dell'Unione europea non è più un'ipotesi irrealistica". "I nostri interessi non possono più essere separati da quelli dei nostri vicini, con la consapevolezza che l'Unione europea non è un gioco a somma zero, in cui debbono esserci necessariamente perdenti e vincitori. È vero il contrario: o siamo tutti perdenti o siamo tutti vincitori. La regola di base è pertanto il metodo comunitario, che non è un concetto tecnico, bensì l'anima stessa dell'Unione europea", ha aggiunto.

 

Durante gli ultimi due anni, i vertici dei capi di Stato e governo hanno fatto sì che sia escluso " in larga misura dal processo decisionale l'unico organo direttamente eletto della Comunità, cioè il Parlamento europeo", svilito a livello di mero esecutore di "accordi governativi adottati a porte chiuse a Bruxelles: Il Parlamento non intende restare con le mani in mano di fronte a una simile situazione", ha affermato Schulz, che ha poi aggiunto: "L'accordo intergovernativo sulla nuova Unione fiscale sarà il primo test".

 

"Chi viola i valori della nostra Carta dei diritti fondamentali deve aspettarsi la nostra opposizione. È un compito in cui siamo tutti impegnati come Parlamento", ha detto Schulz che ha anche annunciato la presenza del Primo Ministro ungherese Viktor Orban domani in plenaria per discutere le controverse norme costituzionali recentemente entrate in vigore nel suo paese.

http://www.europarl.europa.eu/news/it/headlines/content/20120106FCS34949...

Nel suo discorso di insediamento, Schulz ha detto tra l'altro che "bisogna dire un no chiaro" al sistema delle agenzie di rating, che è "una minaccia per il progetto europeo". "Cresce il sospetto - ha aggiunto - che anonime agenzie con sede a New York siano più potenti di governi democraticamente eletti". Poi il neopresidente dell'Europarlamento sfida i governi: "Per la prima volta dalla sua fondazione, il fallimento dell'Unione europea non è un'ipotesi irrealistica", i governi "da mesi passano da un vertice all'altro" e fanno "tornare ad un periodo superato, quello del Congresso di Vienna". Schulz ha quindi denunciato che "l'inflazione di vertici" esclude i parlamenti europeo e nazionali dal processo decisionale. Poi, Schulz ha ribadito che "o vinciamo tutti insieme o perdiamo tutti insieme", perché "la base fondamentale" di quest'Europa è "il metodo comunitario, non un concetto tecnocratico, ma il principio al cuore di tutto quello che l'Ue rappresenta".

http://www.repubblica.it/esteri/2012/01/17/news/martin_schulz_presidente...

 

 

 

Il commissario europeo Rehn contro l'inganno del rating

Olli Rehn è il commissario europeo alle politiche economiche e monetarie , è un politico finlandese del partito di Centro che aderisce all' ELDR, non è certo classificabile fra i contestatori radicali del capitalismo . Ha rilasciato dichiarazioni molte decise sul ruolo delle agenzie americane di rating

Rehn: le agenzie di rating non sono istituti di ricerca imparziali

 

Le agenzie di rating «non sono istituti di ricerca imparziali» ma hanno dei loro interessi» e svolgono un ruolo che é in definitiva «é molto in linea con il capitalismo finanziario americano». È' quanto ha detto il vicepresidente della Commissione europea Olli Rehn in un'intervista a una tv finlandese commentando la decisione di S&P di ridurre il rating di numerosi paesi europei. S&P, così come Moody's e Fitch, sono agenzie con base negli Stati Uniti e dunque, secondo Rehn, risentono di un'impronta americana nel loro approccio alla ricerca. Ancora più deciso l'affondo del portavoce dello stesso Rehn, Olivier Bailly, secondo cui «é strano» che i downgrade siano giunti proprio nel momento in cui «c'erano numerosi segnali positivi» sul fronte dei conti pubblici e del progresso verso una riforma della governance europea. Secondo Bailly l'intervento di S&P é dunque «incoerente e immotivato» ed é «sbagliata» la percezione che l'agenzia di rating americana sembra avere dell'evoluzione in atto in Europa, dove gli stati, ha spiegato il portavoce, si stanno concentrando anche sulla crescita e non solo sulle misure di rigore. (Radiocor)

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-01-16/rehn-agenzie-rating-sono-130825.shtml

Edera Rossa : per una sinistra Europea

 

 

 

 

L'intervento di Schultz ci riporta ad una realtà europea dalla quale troppo spesso sono apparsi assenti le grandi alleanze partitiche. In modo particolare, mi dispiace si noti l'assenza di un effettivo coordinamento di socialisti e democratici europei che, pur se presenti come gruppo parlamentare, non riescono a venir percepiti dai cittadini europei ( o per lo meno italiani) come un importante punto di riferimento.
Speriamo si arrivi presto ad una internazionale democratico-socialista di cui il repubblicanesimo italiano non potrebbe che far parte. Il sentirsi parte di un comune disegno politico che attraversi i vari confini nazionali può essere anche un modo per vincere le sempre più forti tentazioni di scaricare sugli altri paesi i problemi delle varie politiche nazionali, Non basta applaudire Schultz per quello che dice contro alcune chiusure della politica tedesca, occorre che a nostra volta ci sforziamo di comprendere cosa nella politica italiana deve diventare più europeo. Il disegno mazziniano di una internazionale repubblicana e democratica, credo passi oggi per una adesione alle forze democratiche e socialdemocratiche europee.
Edera Rossa